L’invettiva nella poesia italiana del secondo Novecento

Carla Chiummo

Abstract


Vero e proprio genere a sé o piuttosto variegato ed eterogeneo codice retorico, nel Novecento l’invettiva politico-morale in versi ha senz’altro avuto, tra i suoi padri nobili, il Saba delle invettive post-belliche, come nel dantesco Opicina 1947, di cui si ricorderanno il Sereni di Saba e il Caproni delle Anarchiche, e Pierpaolo Pasolini, a partire almeno da Epigrammi e Poesie incivili del 1959-’61. Sarà lui il maestro di invettive per più di una generazione di poeti variamente engagés, che include almeno Leonetti, Roversi, Pagliarani, fino a Raboni e D’Elia. Su un versante opposto si colloca, in chiave giocosa e parodica, la linea Sanguineti, in particolare con le invettive erotico-amorose, ad es. di Novissimum Testamentum, cui sono accostabili quelle del Bellezza delle Invettive e licenze, o della Valduga di Donna di dolori. Nuovo impulso all’invettiva politica, tra il parodistico e l’indignato, ha dato il ventennio berlusconiano: da uno scatenato Sanguineti (Malebolge 1994) che riprendeva le “antifone acide e ascetiche” dell’Alfabeto apocalittico (1982), a voci importanti, quali quelle di Raboni, Valduga, Magrelli.


Parole chiave


Invettiva - Poesia italiana - Secondo Novecento

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