Emilio Betti e l’incontro con il fascismo

Massimo Brutti

Abstract


Gli studi di Emilio Betti (1890-1968) riguardano anzitutto, dal 1908 all'inizio degli anni 20, il diritto privato romano, la crisi dell'antica res publica e l'avvento del principato. La ricerca storica è strettamente legata ad un'originale riflessione filosofica sullo Stato e ad un orientamento anti-razionalistico. Alla base delle indagini storico-giuridiche vi è l'idea che l'origine del diritto sia nella violenza. L'ordine si costituisce con la forza. Lo Stato è come un'opera d'arte, che si oppone al caos.
Di fronte ai conflitti politici e sociali del primo dopoguerra, Betti vede nel fascismo il garante dell'ordine. Esso reprime la lotta delle classi lavoratrici, cancella il pluralismo sociale e politico.
Betti è ostile all'internazionalismo e al pacifismo; converge con Santi Romano e Alfredo Rocco nel pensare il diritto come potere che si impone, come forza prima che come regola. Anticipa alcune idee centrali nella cultura del fascismo, giungendo ad esse attraverso una riflessione autonoma e solitaria. Nel 1926 si schiera pubblicamente a sostegno del regime di Mussolini. In occasione di un attentato al capo del governo, afferma il diritto di ciascun cittadino alla rappresaglia contro i nemici interni. Costruisce una visione dogmatica del diritto privato d'impronta anti-individualistica ed autoritaria, che ispirerà il suo lavoro di giurista, fino agli ultimi scritti.
Nel 1935 delinea una teoria del totalitarismo come traguardo necessario dello Stato moderno.

Parole chiave


Emilio Betti, antirazionalismo; la violenza creatrice di diritto; idea anti-individualistica ed autoritaria del diritto privato

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