«Un fatale andare». Enrico Ferri dal socialismo all’«accordo pratico» tra fascismo e Scuola positiva

Floriana Colao

Abstract


Enrico Ferri è stato per oltre trent’anni leader e parlamentare socialista. Fondatore della «Scuola positiva», dal 1883 ha legato il penale alla società, prospettandone il senso come «difesa sociale», e presentando, nel 1921, un Progetto di codice penale ancorato a principi integralmente positivisti, quali la responsabilità legale, a sostituire il principio di legalità. Nel 1923 Ferri aderiva al gruppo parlamentare dei Socialisti nazionali, disposti a collaborare col governo di Mussolini, per Ferri capo carismatico in grado di risolvere la crisi dello Stato liberale, nel fallimento del Socialismo italiano, irrisolto tra riforme e rivoluzione e dedito a lacerazioni fazionarie. Dal 1924 Ferri accentuava lo statualismo a scapito dei diritti individuali, teorizzando «Lo Stato, organo supremo e unitario della giustizia sociale» e i «diritti dello Stato nella difesa sociale». Alla ricerca dell’«accordo pratico» con l’idealismo e con l’«annunciata riforma penale dell’amico on. Rocco», apprezzava il ripristino della pena di morte per gli attentati politici. Membro della Commissione incaricata dal guardasigilli di un nuovo codice penale, del Progetto del 1927 Ferri apprezzava la previsione delle misure di sicurezza, cavallo di battaglia positivista. Riconosceva che il testo era fondato sul retribuzionismo, e, da evoluzionista, lo definiva tappa dell’«evoluzione ulteriore delle leggi penali»

Parole chiave


Positivismo criminologico; difesa sociale; difesa dello Stato fascista

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