Dall’adesione alla disillusione. La parabola del fascismo nella lettura panpenalistica di Luigi Lucchini

Marco Nicola Miletti

Abstract


Autorevole esponente della penalistica ‘liberale’, all’avvento del fascismo Luigi Lucchini si presentava quale anziano superstite d’una generazione che aveva visto nel diritto, e in particolare in quello penale, il perno d’un assetto costituzionale in grado di garantire al giovane Regno d’Italia l’equilibrio tra i poteri, il rispetto delle garanzie individuali, l’ordine pubblico. Proprio l’esigenza di sicurezza, al termine del biennio rosso, spinse Lucchini, che si era esposto sino a qualificare delitto il socialismo militante, a sostenere l’ascesa di Mussolini. La sintonia, però, fu breve: già all’inizio del 1924 il penalista si accorse che il governo brandiva con disinvoltura l’arma dei poteri straordinari ed esprimeva una «volontà più che dittatoriale». Il dissenso esplose con il delitto Matteotti e procurò a Lucchini, oltre all’isolamento scientifico, serie incomprensioni che ebbero anche spiacevoli risvolti giudiziari. Gli ultimi sforzi del giurista patavino furono tesi a rinverdire l’eredità della penalistica ‘civile’, in contrapposizione ai criteri che guidavano l’azione codificatrice del guardasigilli Alfredo Rocco.

Parole chiave


Penalistica liberale; Delitto Matteotti; Poteri straordinari; Diritto penale fascista; Socialismo come delitto

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