Pasolini e il Sessantotto: il tedoforo del Desiderio?

Luciano De Fiore

Abstract


Il desiderio non s’insegna: si testimonia. Nell’attitudine pedagogica di Pasolini rientra il tentativo di trasmettere ai giovani la capacità di desiderare. Ma è possibile trasmettere il desiderio? In che misura è ereditabile la capacità di desiderare? Testimoniare questa capacità, frutto di un impasto di tempi e di affetti, diviene l’ultimo compito che Pasolini scelse di assumersi, attraverso opere “indialettiche”, spalancate sulla contraddizione del vivere: la sceneggiatura del film mai realizzato su San Paolo, e poi Teorema, La nuova gioventù, Salò e Petrolio. Oltre le ragioni condivisibili della protesta studentesca, leggeva nel movimento le agitazioni insensate e velleitarie. Da un lato, vi coglieva la reazione legittima contro la mortificazione del desiderio voluta dal capitalismo consumista, e si sentì quindi compagno di strada degli studenti. Comprese però che non avevano riconosciuto l’altro obiettivo del Palazzo, il sostanziale rifiuto di quell’eccesso che è il godimento, ingestibile dal capitalismo perché fuori da ogni sua logica. Nella «misteriosa volontà a non essere figli» dei ragazzi del Sessantotto, Pasolini legge la rinuncia a farsi carico, sia pur criticamente, di qualsiasi eredità. La loro “colpa” di figli consisteva nell’acritica accettazione della vettorialità del tempo borghese, senza concepire la possibilità che si desse una storia alternativa, che si dovesse tornare indietro e ricominciare daccapo.

Parole chiave


Pier Paolo Pasolini; desiderio; Sessantotto; eredità; tempo; godimento

Full Text

PDF

Refback

  • Non ci sono refbacks, per ora.