L’ultima volontà

A cura di:  Marta Beghini, Sara Galeotti
Editore: RomaTrE-Press
Data di pubblicazione: Marzo 2026
Pagine: 191
ISBN: 979-12-5977-589-4
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Abstract

Il volume indaga il testamento quale figura paradigmatica della capacità del diritto romano di tradurre la volontà individuale in precetto normativo, configurandolo come autentica lex privata idonea a produrre effetti non soltanto patrimoniali, ma anche simbolici, sociali e relazionali. L’atto di ultima volontà emerge così come spazio privilegiato di tensione tra autonomia del soggetto e controllo dell’ordinamento, tra libertà dispositiva e vincoli etici, familiari e comunitari, in una dialettica che attraversa l’intera tradizione giuridica occidentale. Movendo dall’esperienza romana classica, i contributi raccolti esplorano le condizioni di validità e di efficacia della voluntas testatoris, le sue forme di manifestazione e di interpretazione, il rapporto tra voluntas e scriptum, nonché le figure della diseredazione, della destinazione patrimoniale, della capacità di testare e della tutela processuale della volontà del de cuius. Il testamento è così restituito nella sua natura di dispositivo normativo complesso, nel quale si intrecciano tecnica giuridica, prassi sociale e costruzione simbolica della memoria e dell’identità del singolo. L’opera adotta consapevolmente la problematicità come metodo, rinunciando a una sistemazione dogmatica esaustiva in favore di un percorso di ricerca che valorizza il confronto tra fonti giuridiche, letterarie ed epigrafiche, e che apre il dialogo con le categorie del diritto contemporaneo. In tal modo, il volume si propone di rinnovare la riflessione sulla volontà negoziale mortis causa come categoria strutturale del pensiero giuridico, mostrando come il diritto romano continui a offrire strumenti concettuali decisivi per comprendere la funzione normativa della volontà e i suoi limiti.

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Il volume indaga il testamento quale figura paradigmatica della capacità del diritto romano di tradurre la volontà individuale in precetto normativo, configurandolo come autentica lex privata idonea a produrre effetti non soltanto patrimoniali, ma anche simbolici, sociali e relazionali. L’atto di ultima volontà emerge così come spazio privilegiato di tensione tra autonomia del soggetto e controllo dell’ordinamento, tra libertà dispositiva e vincoli etici, familiari e comunitari, in una dialettica che attraversa l’intera tradizione giuridica occidentale. Movendo dall’esperienza romana classica, i contributi raccolti esplorano le condizioni di validità e di efficacia della voluntas testatoris, le sue forme di manifestazione e di interpretazione, il rapporto tra voluntas e scriptum, nonché le figure della diseredazione, della destinazione patrimoniale, della capacità di testare e della tutela processuale della volontà del de cuius. Il testamento è così restituito nella sua natura di dispositivo normativo complesso, nel quale si intrecciano tecnica giuridica, prassi sociale e costruzione simbolica della memoria e dell’identità del singolo. L’opera adotta consapevolmente la problematicità come metodo, rinunciando a una sistemazione dogmatica esaustiva in favore di un percorso di ricerca che valorizza il confronto tra fonti giuridiche, letterarie ed epigrafiche, e che apre il dialogo con le categorie del diritto contemporaneo. In tal modo, il volume si propone di rinnovare la riflessione sulla volontà negoziale mortis causa come categoria strutturale del pensiero giuridico, mostrando come il diritto romano continui a offrire strumenti concettuali decisivi per comprendere la funzione normativa della volontà e i suoi limiti.

This volume investigates the testament as a paradigmatic expression of Roman law’s capacity to transform individual will into normative command, conceiving it as a genuine lex privata capable of producing not only patrimonial but also symbolic, social, and relational effects. The last will thus emerges as a privileged site of tension between personal autonomy and collective control, between dispositive freedom and ethical, familial, and civic constraints, within a dialectic that runs through the entire Western legal tradition. Starting from the classical Roman experience, the contributions examine the conditions of validity and effectiveness of the voluntas testatoris, its modes of expression and interpretation, the relationship between voluntas and scriptum, as well as issues such as disinheritance, patrimonial allocation, testamentary capacity, and the procedural protection of the deceased’s will. The testament is thereby restored to its character as a complex normative device, in which legal technique, social practice, and the symbolic construction of memory and identity intersect. Rejecting an exhaustive systematic account, the volume consciously adopts problematization as its method, favoring a research trajectory grounded in close engagement with legal, literary, and epigraphic sources and open to dialogue with contemporary legal categories. In doing so, it renews the reflection on mortis causa volition as a structural category of legal thought and highlights the enduring contribution of Roman law to understanding how individual will becomes rule.

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This volume investigates the testament as a paradigmatic expression of Roman law’s capacity to transform individual will into normative command, conceiving it as a genuine lex privata capable of producing not only patrimonial but also symbolic, social, and relational effects. The last will thus emerges as a privileged site of tension between personal autonomy and collective control, between dispositive freedom and ethical, familial, and civic constraints, within a dialectic that runs through the entire Western legal tradition. Starting from the classical Roman experience, the contributions examine the conditions of validity and effectiveness of the voluntas testatoris, its modes of expression and interpretation, the relationship between voluntas and scriptum, as well as issues such as disinheritance, patrimonial allocation, testamentary capacity, and the procedural protection of the deceased’s will. The testament is thereby restored to its character as a complex normative device, in which legal technique, social practice, and the symbolic construction of memory and identity intersect. Rejecting an exhaustive systematic account, the volume consciously adopts problematization as its method, favoring a research trajectory grounded in close engagement with legal, literary, and epigraphic sources and open to dialogue with contemporary legal categories. In doing so, it renews the reflection on mortis causa volition as a structural category of legal thought and highlights the enduring contribution of Roman law to understanding how individual will becomes rule.

Contributi

Presentazione

Marta Beghini  Sara Galeotti 

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/1

Voluntas’ testamentaria, formalismo, segretezza e normatività

Michele Pedone 

Il contributo contiene alcune riflessioni finalizzate a fornire una prima risposta al seguente interrogativo: in che misura, nell’esperienza giuridica romana, il testatore era libero di portare a effetto la propria volontà di disporre dei propri diritti per il tempo della sua morte? Il tema è affrontato nella prospettiva di verificare quali caratteri della disciplina romana del testamento potessero influenzare o costringere la volontà del testatore, impedendole di tradursi in norma in modo libero e diretto. Una rapida disamina di alcune fonti legislative e giurisprudenziali romane mostra i principali limiti imposti al testatore dall’ordinamento giuridico romano, evidenziando come il dispositivo della normatività testamentaria sia espressione di una dialettica tra diritto pubblico e diritto privato, che si atteggia in modo diverso nel corso dell’evoluzione storica del diritto romano, mantenendo fino alla fine una spesso ignorata impronta pubblicistica di fondo. Tale elemento assume particolare rilievo per lo studioso odierno, che nel rifarsi alla dottrina savigniana del negozio giuridico va invitato a ricalibrare in modo critico e consapevole il rapporto tra volontà privata (Wille) e ordinamento giuridico (Rechtsordnung).

The paper offers some reflections aimed at tackling the following question: to what extent, in Roman legal experience, was the testator free to transpose his will in his testament? The issue is addressed from the perspective of identifying those features of Roman testamentary law that could influence or constrain the testator’s will, preventing it from freely and directly translating into a legal norm. A brief examination of selected Roman legislative and juristic sources highlights the main limits imposed on the testator by the Roman legal system, showing how the mechanism of testamentary normativity was the result of a dialectic between public and private law. This interaction took different forms over the course of the historical development of Roman law, yet retained until the end an underlying public dimension that is often overlooked. This aspect is of particular relevance for modern legal scholars, who, when drawing on Savigny’s doctrine of the juristic act (Rechtsgeschäft), should critically and consciously recalibrate the relationship between private will (Wille) and legal system (Rechtsordnung).

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/2

Conoscibilità e segretezza dei contenuti del testamento nella prospettiva di una divergenza tra ‘voluntas’ e ‘scriptum’. Qualche annotazione a margine dei dati delle fonti giurisprudenziali e letterarie

Alessandro Cassarino 

Nel presente contributo ci occuperemo della conoscibilità e segretezza dei contenuti del testamento, inserendoci nel più ampio tema della divergenza tra quanto è stato riportato all’interno dell’atto di ultima volontà e ciò che si ritengono essere le intenzioni del testatore. Nell’affrontare la tematica, analizzeremo i dati rinvenibili nei frammenti giurisprudenziali, comparandoli con quelli della realtà sociale, che ricaviamo dalle fonti letterarie, funzionali a comprendere come i Romani percepissero l’atto.

In this paper, we will examine the accessibility and secrecy of testamentary contents, within the broader context of the discrepancy between the provisions recorded in a will and the presumed intentions of the testator. In addressing this issue, we will analyze the data found in legal fragments, comparing them with the social reality portrayed in literary sources, which are essential for understanding how the Romans perceived the act.

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/3

Oltre le parole: l’interpretazione della ‘voluntas testatoris’ nell’esempio della ‘causa Curiana’

Sara Galeotti 

Il saggio elegge la causa Curiana a paradigma di una profonda frattura epistemologica, ravvisandovi il crinale decisivo nell’evoluzione dell’esegesi testamentaria romana. L’indagine ripercorre la celebre controversia tra Manio Curio e l’erede legittimo del de cuius e disamina la tensione dialettica tra il rigore del verbum – di cui si fa interprete Q. Muzio Scevola – e la primazia della mens del testatore, sostenuta dall’eloquenza di L. Licinio Crasso. Mediante un esame che correla la manualistica retorica di ascendenza ellenica alla prassi del tribunale centumvirale, lo studio dimostra come l’affrancamento dal formalismo negoziale non occorra quale repentina mutazione dottrinale, piuttosto come il maturo esito di una feconda consonanza culturale tra oratores e prudentes. Il saggio pone in luce come il trionfo della tesi di Crasso sancisca la centralità della voluntas quale criterio direttivo dell’interpretazione, elevando il testamento da mero rito verbale a dispositivo semantico imperniato sull’intenzione. In siffatta prospettiva, la causa Curiana trascende la dimensione di episodio giudiziario per assurgere ad atto genetico di un’ermeneutica equitativa, volta a penetrare “oltre le parole” al fine di preservare l’assetto di interessi sotteso all’atto di ultima volontà.

This essay investigates the causa Curiana as a paradigm of a profound epistemological rupture, identifying it as the decisive turning point in the evolution of Roman testamentary exegesis. The study revisits the celebrated controversy between Manius Curius and the de cuius’s legal heir and examines the dialectical tension between the rigor of the verbum – interpreted by Q. Mucius Scaevola – and the primacy of the testator’s mens, supported by the eloquence of L. Licinius Crassus. By means of an examination that correlates Greek-derived rhetorical manuals with the practice of the centumviral court, the investigation demonstrates that the liberation from legal formalism does not occur as a sudden doctrinal mutation, but rather as the mature outcome of a fruitful cultural resonance between oratores and prudentes. The contribution illuminates how the triumph of Crassus’s argument establishes the centrality of voluntas as the guiding criterion of interpretation, elevating the will from a mere verbal ritual into a semantic device centered on intent. From this perspective, the causa Curiana transcends its status as a judicial episode to emerge as the genetic act of an equitable hermeneutics, designed to reach “beyond the words” in order to safeguard the substantive arrangement of interests underlying the act of last will.

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/4

‘Voluntas’ e servitù. Sulle tracce della ‘destinatio patris familias’

Fabiana Tuccillo 

La destinazione del padre di famiglia è un modo di costituzione delle servitù probabilmente estraneo al diritto romano, in quanto ben delineato nel suo ‘modus operandi’ soltanto grazie alla riflessione di Bartolo, che commentando un frammento di Giuliano (D. 33.3.1, 1 ex Min. L. 845), sembra appunto incline a ravvisare nel consenso tacito delle parti gli estremi giustificanti la costituzione di un ‘nuovo’ ius praedii. Focus del saggio è il peso effettivo da riconoscere alla voluntas implicitamente espressa nei legati mediante cui il testatore attribuisce a soggetti diversi due fondi prima coinvolti in un rapporto fattuale di servitù.

The servitude by father of family destination is a mode of constitution of praedial servitudes that is likely extraneous to classical Roman law. Insofar as its modus operandi is clearly articulated only through the doctrinal elaboration of Bartolus. In commenting on a fragment of Julian (D. 33.3.1 pr. ex Min. L. 845), Bartolus is inclined to recognize in the tacit consent of the parties the grounds justifying the establishment of a ‘new’ ius praedii. The focus of this essay is the actual weight to be given to the voluntas implicitly expressed in the legacies by which the testator assigns two lands, previously involved in a factual relationship of servitude, to different subjects.

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/5

‘Voluntas’ e istituzione d’erede: le ‘res certae’

Elena Marelli 

L’heres ex re certa è il soggetto al quale il testatore attribuisce espressamente non già una quota del suo patrimonio, bensì uno o più beni determinati, ma che, ciononostante, assume la qualifica di erede. Il contributo ricostruisce la disciplina dell’istituto (institutio ex re certa) nel diritto romano, analizzando la centrale rilevanza riconosciuta alla volontà del testatore.

The heres ex re certa is the person who is appointed as heir, but instead of being given a percentage of the entire estate, is assigned a specific asset. The paper deals with the regulation of the legal institute (institutio ex re certa) under Roman Law, analysing the utmost importance given to the testator’s will.

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/6

‘Voluntas’, istituzione di erede e diseredazione

Francesca Pulitanò 

Il contributo si occupa di alcuni frammenti nei quali la formulazione dell’istituzione di erede o della diseredazione comprende giudizi del testatore che attengono alla sfera morale o al comportamento del figlio istituito o diseredato. Marciano e Ulpiano analizzano il valore di tali disposizioni, tenendo conto della correttezza formale, ma inserendo implicitamente nel ragionamento giuridico anche valutazioni collaterali di più ampio tenore.

The contribution analyses some fragments in which the formulation of the institution of an heir or of disinheritance includes judgments of the testator pertaining to the moral sphere or to the conduct of the son instituted as heir or disinherited. Marcian and Ulpian discuss the value of such provisions, taking into account their formal correctness, but implicitly inserting into the legal reasoning also collateral evaluations of a broader tenor.

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/7

‘Contra boluntatem’. Nota in margine ad AE 2016, 589

Pierangelo Buongiorno 

Prendendo le mosse da un testo epigrafico frammentario (AE 2016, 589), il saggio svolge una riflessione sul senso della voluntas in ambito testamentario in relazione alle dinamiche sociali e del quotidiano dei ceti vulnerabili.

Taking its cue from a fragmentary epigraphic text (AE 2016, 589), this paper explores the meaning of the testamentary voluntas in relation to the social dynamics and everyday life of vulnerable individuals.

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/8

La ‘voluntas testandi’ dell’infermo mentale nei lucidi intervalli: una prospettiva storico-comparatistica

Costanza Indiveri 

Il contributo, muovendo dalla nozione di voluntas testandi nell’ambito dell’infermità mentale, si sofferma sulla dottrina dei lucidi intervalli elaborata dai giuristi romani di epoca imperiale e ripresa da Giustiniano. Ne ripercorre, in chiave storico-comparatistica, gli snodi attraverso il Medioevo e i Codici dell’Ottocento, fino alle applicazioni codicistiche e giurisprudenziali dell’attuale ordinamento italiano, mirando a chiarire come una soluzione così antica abbia potuto conservare un ruolo centrale nella disciplina odierna.

This article examines the notion of voluntas testandi in case of mental illness and focuses on the doctrine of lucid intervals as developed by Roman jurists of the imperial period and later incorporated by Justinian. Adopting a historical-comparative approach, it traces the evolution of this doctrine through the Middle Ages and the nineteenth-century Codes, before turning to its codified and judicial applications in contemporary Italian law. The analysis seeks to explain how a solution of such ancient origin has managed to retain a central role in the current legal framework.

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/9

Divagazioni intorno al tema dell’ultima volontà

Vincenzo Mannino 

Il saggio indaga la natura peculiare del testamento romano quale massima espressione di un’autonomia privata “estrema”, delineandone i tratti distintivi rispetto alla fenomenologia negoziale inter vivos. L’indagine si focalizza sulla complessa dialettica tra voluntas e verba, evidenziando come il sopraggiungere della morte, cristallizzando il documento, renda l’esegesi testuale l’unico tramite per attingere all’effettivo volere del disponente. Attraverso l’analisi di emblematici responsi giurisprudenziali – con particolare riferimento alle riflessioni di Africano e Alfeno Varo – si illustra il fecondo sforzo ermeneutico dei prudentes, volto a recuperare la sostanza della volontà anche a fronte di aporie o imperfezioni del dettato scrittorio. Viene inoltre approfondito il ruolo degli strumenti pretori, segnatamente dell’exceptio doli, quali dispositivi di equità volti a preservare la voluntas dal rigore delle forme o da automatismi legali potenzialmente distorsivi. In ultima analisi, il saggio riflette sulla storica valorizzazione della libertà individuale operata dalla giurisprudenza classica, ponendola criticamente a confronto con le odierne derive di irrigidimento del sistema giuridico, le quali rischiano di comprimere la funzione creatrice dell’autonomia privata.

This essay investigates the singular nature of the Roman will as the paramount expression of “extreme” private autonomy, delineating its distinctive features in contrast to inter vivos legal transactions. The study focuses on the intricate dialectic between voluntas and verba, highlighting how the occurrence of death, by crystallizing the document, renders textual exegesis the sole means of accessing the testator’s actual intent. Through an analysis of emblematic jurisprudential responsa – with reference to the reflections of Africanus and Alfenus Varus – the paper illustrates the fruitful hermeneutic endeavor of the prudentes, aimed at recovering the substance of the will even in the face of contradictions or imperfections in the written text. Furthermore, the role of praetorian remedies, specifically the exceptio doli, is examined as a mechanism of equity designed to safeguard the voluntas against formal rigidity or potentially distorting legal prescriptions. Ultimately, the essay reflects on the historical elevation of individual liberty achieved by classical jurisprudence, offering a critical comparison with contemporary trends toward the hardening of legal systems, which risk stifling the creative function of private autonomy.

DOI: 10.13134/979-12-5977-589-4/10

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