Forme del mito e cinema americano

Forme del mito e cinema americano
A cura di: A cura di:, Veronica Pravadelli
Editore: RomaTrE-Press
Data di pubblicazione: luglio 2019
Pagine: 196
ISBN: 978-88-32136-31-9

Abstract

Il volume prende spunto da una giornata di studi promossa dal CRISA (Centro di Ricerca Interdipartimentale di Studi Americani) dell’Università Roma Tre. Nell’ambito di una attività di ricerca interdisciplinare sul mito e la cultura occidentale, che ha dato vita ad altre attività e pubblicazioni (che saranno parimenti pubblicate per i tipi della Roma TrE-Press), il volume indaga la rilevanza del mito e delle sue forme per il cinema americano. Esso è composto di undici saggi, suddivisi in tre sezioni. La prima sezione riguarda il rapporto tra mito e divismo, e contiene un saggio introduttivo sulle prime formulazioni del dibattito sul tema da parte di Roland Barthes e Edgar Morin nella Francia degli anni Cinquanta, e dei saggi relativi alle figure di Humphrey Bogart e Cary Grant. La seconda sezione affronta diverse implicazioni del rapporto tra cinema postclassico e mito, a partire dalla rielaborazione del “viaggio dell’eroe” teorizzato da Joseph Campbell e Chris Vogler in relazione alle problematiche di razza e gender. Questa sezione contiene analisi di film assai diversi, come Domino (Tony Scott, 2005), Iron Man (Jon Favreau, 2008) e Lontano dal paradiso (Todd Haynes, 2002). La terza sezione si concentra invece sul rapporto del discorso mitico con particolari dimensioni spaziali e temporali, dalla mitopoiesi legata al discorso bellico alla rielaborazione dei miti del western nel cinema di Sergio Leone, e dal ruolo di Las Vegas nell’immaginario dell’intrattenimento americano fino alla componente di riflessione storica della serialità televisiva contemporanea.

Contributi

Caccia al Divo. Un approccio transindividuale al mito di Cary Grant.

Giuseppe Gatti 

Attraverso un approccio narratologico di stampo cognitivo, il saggio propone uno studio del fenomeno divistico di Cary Grant. Combinando gli studi di David Herman sull’embodied e embedded narrative e quelli di Yves Citton sul potere euristico del mito, si inquadra la mitopoiesi contemporanea come strumento cognitivo atto a sviluppare forme di intelligenza incarnata e distribuita. Si affronta quindi la parabola divistica di Cary Grant attraverso l’analisi del mondo filmico di Caccia al Ladro (Alfred Hitchcock, 1954) e quello letterario di 54 (Wu Ming, 2002) evidenziandone la peculiare propensione alla transmedialità e alla distribuzione cognitiva.

Separazione/Iniziazione/Ritorno: il ‘potere del mito’ nelle strutture narrative del cinema americano postclassico

Paolo Russo 

Questo saggio propone una riflessione sulla struttura mitica al fine di valutarne l’effettiva validità nelle pratiche dello storytelling hollywoodiano contemporaneo. Prendendo le mosse dal paradigma del Viaggio dell’eroe, che Chris Vogler applica al cinema mutuandolo e adattandolo dal modello “monomitico” (Separazione/Iniziazione/Ritorno) avanzato da Joseph Campbell, si evidenziano elementi formali e regole che costituirebbero una sorta di linguaggio universale della narrazione. Una debita contestualizzazione della genealogia degli studi compiuti in questo ambito consente innanzitutto di comprendere meglio le ragioni della popolarità del modello preso in esame, soprattutto in virtù del portato filosofico, culturale e sociologico ad esso sotteso. Alcuni esempi pratici consentono quindi di notare come l’utilizzo di un paradigma narrativo (universale o meno) risulti proficuo o mostri i propri limiti nella misura in cui esso si presta in modo flessibile alla formulazione di numerose varianti. Infine, con riferimento a studi compiuti in ambito cognitivista, il saggio si concentra sul legame, dovuto alla natura intrinseca del mito, tra struttura archetipica e significati profondi connessi alla produzione di emozioni e alla nostra percezione del mondo.

La caduta del bianco. Domino e la forma del mito americano dopo l’11 settembre 2001

Enrico Carocci 

L’insieme di discorsi e sentimenti condivisi nell’America del dopo-11 settembre ha avuto un impatto sul cinema americano del nuovo millennio. In particolare, nel giro di pochi anni è stato aggiornato il modello identitario fondato sul primato dell’uomo bianco (“white racial frame”), che alcuni film hanno rinforzato e altri hanno messo radicalmente in discussione. Tra questi ultimi, Domino (2005) di Tony Scott compie un’operazione particolarmente sofisticata, in quanto tematizza la “caduta” del bianco assegnando alla forma del racconto il compito di rinegoziare le categorie identitarie e le mitologie nazionali. Questo capitolo, attraverso un’analisi delle funzioni dei personaggi e della forma postclassica in Domino, mostra come l’esplosione del conflitto tra archetipi collettivi e contraddizioni politico-sociali possa essere riconfigurata dal cinema, e come il motivo della “caduta” possa assumere una dimensione mitica nella cultura americana del dopo 11-settembre.

Siamo uomini o supereroi? Trauma, mascolinità e racconto delle origini in Batman Begins e Iron Man

Valerio Coladonato 

Il saggio si sofferma sul filone del “superhero movie”, considerandolo come uno dei miti centrali propagati dall'industria hollywoodiana contemporanea. Un elemento decisivo nella costruzione del mito consiste nel “racconto delle origini”, ovvero il passaggio rituale dalla condizione di essere umano a quella di supereroe. Un'analisi di due film che hanno contribuito a rilanciare il superhero movie contemporaneo – Batman Begins (Christopher Nolan, 2005) e Iron Man (Jon Favreau, 2008) – mette in luce lo stretto legame tra il “racconto delle origini” e la traiettoria edipica maschile. Questi film conferiscono al trauma un ruolo fondativo sia nei meccanismi della narrazione che nella soggettività del protagonista maschile, incentrando il piacere spettatoriale su una fantasia di recupero del controllo e del dominio di sé. In Batman Begins, il protagonista si confronta con molteplici rifrazioni dell'immagine paterna: il percorso che lo conduce dal ruolo di vittima a quello di protettore è accompagnato da un'enfasi paranoide sulla costruzione di un fisico “virile”. In Iron Man, la “guarigione” dal trauma del soggetto maschile è messa in scena con un doppio registro di coinvolgimento spettatoriale: da un lato l'intensità delle aggressioni sensoriali, e dall'altro un'organizzazione simbolica che legittima la persistenza del potere maschile.

Quando il mito edipico comincia a vacillare: le strutture familiari nel cinema contemporaneo

Rossana Domizi 

Il saggio prende le mosse dall’intreccio fra la posizione di Roland Barthes sul rapporto fra forme mitiche e cinema statunitense, e la riflessione sul mito di Edipo nell’approccio psicoanalitico. Attraverso l’analisi del cinema contemporaneo, e in particolare del film Lontano dal paradiso (Far From Heaven, Todd Haynes, 2002), si vuole mettere in discussione l’universalità dell’approccio edipico rispetto alla configurazione soggettiva nella tradizione sia freudiana che lacaniana. Di conseguenza, obiettivo sarà far emergere l’eteronormatività sottesa all’articolazione parentale proposta dalla proposta psicoanalitica tradizionale, a favore invece delle letture ideologiche proposte dalle femministe negli ultimi decenni. Il desiderio messo in scena dal film viene dunque analizzato nelle sue emergenze stilistico-formali, e in particolare attraverso la ripresa delle forme del family melodrama degli anni Cinquanta.

Hollywood e Las Vegas, ambivalenza di un legame

Enrico Menduni 

Il saggio ripercorre i miti di fondazione della città di Las Vegas; nata in seno agli ambienti dello spettacolo hollywoodiano. Si propone innanzitutto una riflessione sulla storia della città; emersa nel deserto in pieno Novecento; di cui vengono affrontati alcuni aspetti architettonici e urbanistici; ma anche l’afflusso di capitali di provenienza incerta ma geograficamente collocati a Los Angeles che ne hanno permesso l’edificazione. Si procede poi a raccontare l’intreccio indissolubile fra gli ambienti dello spettacolo fra lo stato della California e quello del Nevada; con particolare attenzione al pendolarismo di artisti quali Elvis Presley; Bing Crosby e il Rat Pack; ma anche di gangster come Bugsy Malone. In un movimento opposto; il saggio affronta anche le ripercussioni dell’estetica di Las Vegas all’esterno; in particolare attraverso lo studio proposto dall’architetto Robert Venturi che in modo articolato ha rotto gli stereotipi sulla città del divertimento per individuarne i simbolismi striscianti negli spazi urbani più diversificati. 

Il deserto sanguina. Decostruzione dello spazio mitico in Jarhead

Lorenzo Marmo 

Il saggio riflette sulle implicazioni spaziali del pensiero mitico, ponendole in relazione con le diverse modalità con cui il dispositivo cinematografico gestisce il rapporto tra narrazione e paesaggio. Il riferimento teorico principale è alla filosofia delle forme simboliche elaborata da Ernst Cassirer, ma anche alle riflessioni sul mito e lo spazio di pensatori quali James Hillman, Carl Schmitt, Henri Lefebvre. Nella seconda parte, l’intervento analizza un film di guerra statunitense relativamente recente, Jarhead (Sam Mendes, 2005), per mostrarne i meccanismi di decostruzione mitopoietica. Il film, ambientato durante la Prima Guerra in Iraq ma uscito durante la Seconda, propone una significativa revisione dell’immaginario postmoderno con cui quel conflitto è stato spesso interpretato. Lo spazio del deserto ha un alto potenziale mitico, e l’analisi della messa in scena che ne propone il film apre il discorso verso considerazioni di natura metalinguistica a proposito del rapporto tra medium cinematografico, realtà referenziale e corporeità.

L’italianizzazione del mito americano nel western di Sergio Leone

Christian Uva 

La produzione filmica di Sergio Leone propone una rilettura critica del western in quanto “cinema americano per eccellenza” decostruendone i codici fondativi, trasfigurandone le ambientazioni e i personaggi canonici, dislocandone le situazioni tipo. Da tutto ciò deriva una complessa visione del mondo che, mettendo in relazione l’immaginario europeo con quello d’oltreoceano, ripensa il mito americano in direzione di un’italianizzazione che coinvolge aspetti cruciali quali la Storia, l’Ideologia e l’Identità.

Mitologia di una ribellione: l’immaginario politico dei Sixties nella serialità televisiva contemporanea

Ilaria A. De Pascalis 

Il saggio si propone di riflettere sui modelli di “suggestione” della mitologia (secondo la proposta di Roland Barthes) in relazione alla messa in scena nostalgica degli anni Sessanta da parte delle narrazioni televisive contemporanee. In particolare, si vuole dimostrare come alcune serie televisive abbiano contribuito a produrre una rete di relazioni affettive e fantasmatiche, che si nutrono di una configurazione spazio-temporale complessa e stratificata. Il racconto televisivo seriale si inserisce così in un processo mitopoietico iterativo e complesso, finalizzato alla produzione di un legame fra la controcultura degli anni Sessanta e il contemporaneo. Tale traiettoria viene esemplificata attraverso l’analisi di uno degli episodi dedicati al racconto del periodo in esame da parte del procedural HBO Cold Case (2003-2010), di cui vengono affrontati l’uso di figure retoriche quali la soggettiva e del flashback come dispositivo narrativo.

Introduzione

Veronica Pravadelli 

L’introduzione al volume, oltre ad illustrare l’articolazione dello stesso nelle sue sottosezioni e il contenuto dei singoli saggi, propone anche una mappatura dei diversi momenti in cui la riflessione sul cinema si è incontrata in modo significativo con la questione del mito. Tale mappatura rende conto dell’influenza intermittente, eppure sostanziale, che le categorie mitiche hanno esercitato sui film studies, individuando quattro assi portanti del discorso. Il primo riguarda il rapporto tra dispositivo cinematografico e pensiero magico, ovvero l’idea del cinema come modalità di sopravvivenza del primitivo nel moderno (Morin). Il secondo ambito concerne invece gli studi sul divismo come forma di mitopoiesi (Barthes e anche qui Morin). La terza linea consiste nella riflessione condotta dalla Feminist Film Theory sull’immagine femminile, che la società patriarcale tende ad associare al mito come modalità di negazione di una soggettività pienamente storica dotata di agency. Quarto ed ultimo momento di intreccio tra cinema e mito è lo studio dei generi, che esso parta da prospettive strutturaliste, dalla psicoanalisi junghiana o da un impianto cognitivista.

Il piacere del mito: Edgar Morin, Roland Barthes e la riflessione sul divismo cinematografico

Francesco Pitassio 

Il saggio ricostruisce lo sviluppo della riflessione sulla componente mitica del divismo nell’ambito della proposta della «Revue internationale de filmologie». Viene approfondita in particolare la convergenza delle proposte di Edgar Morin e di Roland Barthes, pubblicate in volume fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. In particolare, il saggio indaga il modo in cui lo studio istituzionalizzato del cinema e del divismo in Francia si sia appoggiato anche alle proposte della psicologia sociale, fornendo materiale privilegiato per lo studio degli stereotipi in qualità di prodotti culturali. Il rapporto fra immaginario e ideologia viene perciò indagato dalle discipline sociologiche e filosofiche proprio attraverso la dimensione mitica del cinema e del divismo, esplorandone anche le ricadute in ambito antropologico.

L’ultimo desperado: Bogart e L’America, prima di Casablanca. Intorno a The Petrified Forest

Giulia Carluccio 

Il saggio si propone di indagare il ruolo di Humphrey Bogart nella mitopoiesi dell’eroe maledetto nella cultura statunitense, considerandolo all’interno di quella linea che da Huckleberry Finn arriva alla controcultura degli anni Sessanta e Settanta. Gli studi sul mito divengono strumenti indispensabili per tale prospettiva programmaticamente anacronistica, che permette così una articolata analisi dell’immagine del divo. In particolare, ad essere approfondita è l’immagine che emana dal vulnerabile fuorilegge di La foresta pietrificata (The Petrified Forest, Archie Mayo, 1936). Il film della Warner Bros viene analizzato attraverso il discorso critico prodotto attorno a Bogart. La sua disperazione si innesta nell’atmosfera della Grande Depressione in cui il film fu prodotto, ma si trasmette anche ai decenni a venire, facendo sì che una delle foto di scena divenisse simbolo di un’introspezione insieme romantica, nichilista e maledetta.

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Giuseppe Gatti
A cura di:, Christian Uva, Stefania Parigi, Vito Zagarrio
A cura di:, Veronica Pravadelli
A cura di:, Enrico Menduni, Lorenzo Marmo