Psychological and Social Conditions of Kurdish Refugees in Rome. Challenges, Identity, and Adaptation Mechanisms

Autore:  Kwestan Ali Abdalla
Editore: RomaTrE-Press
Data di pubblicazione: settembre 2026
Pagine: 104
ISBN: 979-12-5977-662-4
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Abstract

Questo studio riguarda persone reali. Curdi che hanno lasciato le loro case, sono arrivati ​​a Roma e si sono ritrovati sospesi in un limbo legale, incapaci di tornare indietro, incapaci di arrivare a destinazione. L'obiettivo non è mai stato semplicemente raccogliere dati. Era capire cosa si prova davvero a essere una persona che non ha avuto altra scelta se non quella di lasciarsi tutto alle spalle.
Tra gennaio e giugno 2025, abbiamo incontrato trentanove persone a Roma, attraverso ventitré colloqui individuali e due sessioni di gruppo. Provenivano dalla Regione del Kurdistan iracheno e dalle aree circostanti. Non li abbiamo incontrati in uffici. Li abbiamo trovati nei centri culturali, nelle strutture di accoglienza e nelle reti silenziose che avevano costruito tra di loro proprio per non perdersi. Cinque temi sono emersi con insistenza. La lenta e logorante erosione della speranza che precede la decisione finale di partire. Il danno psicologico causato dal viaggio stesso – per molti, pericoloso e umiliante in modi che non svaniscono facilmente. La particolare crudeltà dell'incertezza giuridica nel sistema di asilo italiano, che non si limita a ritardare la vita delle persone, ma le danneggia attivamente. La silenziosa e quotidiana lotta per preservare la propria identità curda in una città che non le offre un vero spazio. E infine, i modi straordinari in cui le persone riescono comunque a sopravvivere, non perché il sistema le aiuti, ma spesso nonostante esso. La conclusione centrale è scomoda: la sofferenza mentale dei rifugiati curdi a Roma non è semplicemente l'eco di vecchi traumi portati da casa. Gran parte di essa è prodotta proprio ora, dalle condizioni in cui vivono. Un limbo legale. Alloggi inadeguati. Nessun lavoro. Nessuna comunità. Non si tratta di disastri naturali. Si tratta di scelte politiche. Lo studio si avvale di molteplici prospettive teoriche – economia delle migrazioni, modelli di acculturazione, teoria del capitale sociale – perché nessuna singola prospettiva è sufficientemente ampia da cogliere appieno ciò che l'esperienza del rifugiato comporta. Aggiunge una voce da Roma a un corpus di studi che, fino ad ora, si è concentrato quasi esclusivamente sulle comunità curde del Nord Europa. Le raccomandazioni politiche che derivano dai risultati sono dirette, perché la situazione richiede franchezza.

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Questo studio riguarda persone reali. Curdi che hanno lasciato le loro case, sono arrivati ​​a Roma e si sono ritrovati sospesi in un limbo legale, incapaci di tornare indietro, incapaci di arrivare a destinazione. L'obiettivo non è mai stato semplicemente raccogliere dati. Era capire cosa si prova davvero a essere una persona che non ha avuto altra scelta se non quella di lasciarsi tutto alle spalle.
Tra gennaio e giugno 2025, abbiamo incontrato trentanove persone a Roma, attraverso ventitré colloqui individuali e due sessioni di gruppo. Provenivano dalla Regione del Kurdistan iracheno e dalle aree circostanti. Non li abbiamo incontrati in uffici. Li abbiamo trovati nei centri culturali, nelle strutture di accoglienza e nelle reti silenziose che avevano costruito tra di loro proprio per non perdersi. Cinque temi sono emersi con insistenza. La lenta e logorante erosione della speranza che precede la decisione finale di partire. Il danno psicologico causato dal viaggio stesso – per molti, pericoloso e umiliante in modi che non svaniscono facilmente. La particolare crudeltà dell'incertezza giuridica nel sistema di asilo italiano, che non si limita a ritardare la vita delle persone, ma le danneggia attivamente. La silenziosa e quotidiana lotta per preservare la propria identità curda in una città che non le offre un vero spazio. E infine, i modi straordinari in cui le persone riescono comunque a sopravvivere, non perché il sistema le aiuti, ma spesso nonostante esso. La conclusione centrale è scomoda: la sofferenza mentale dei rifugiati curdi a Roma non è semplicemente l'eco di vecchi traumi portati da casa. Gran parte di essa è prodotta proprio ora, dalle condizioni in cui vivono. Un limbo legale. Alloggi inadeguati. Nessun lavoro. Nessuna comunità. Non si tratta di disastri naturali. Si tratta di scelte politiche. Lo studio si avvale di molteplici prospettive teoriche – economia delle migrazioni, modelli di acculturazione, teoria del capitale sociale – perché nessuna singola prospettiva è sufficientemente ampia da cogliere appieno ciò che l'esperienza del rifugiato comporta. Aggiunge una voce da Roma a un corpus di studi che, fino ad ora, si è concentrato quasi esclusivamente sulle comunità curde del Nord Europa. Le raccomandazioni politiche che derivano dai risultati sono dirette, perché la situazione richiede franchezza.

This study is about real people. Kurds who left their homes, traveled to Rome, and found themselves suspended in a legal limbo — unable to go back, unable to fully arrive. The goal was never simply to collect data. It was to understand what it actually feels like to be a person who had no choice but to leave everything behind. Between January and June 2025, we sat down with thirty-nine people in Rome — through twenty-three individual conversations and two group sessions. They came from the Kurdistan Region of Iraq and surrounding areas. We did not meet them in offices. We found them through cultural centers, reception facilities, and the quiet networks they had built among themselves just to keep from getting lost. Five things kept coming up. The slow, grinding erosion of hope that happens before someone finally decides to go. The psychological damage left by the journey itself — for many, it was dangerous and humiliating in ways that do not just fade. The particular cruelty of legal uncertainty in Italy's asylum system, which does not simply delay people's lives but actively damages them. The quiet, daily struggle of trying to hold onto a Kurdish identity in a city that has no real place for it. And finally, the remarkable ways people find to survive anyway — not because the system helps them, but often in spite of it.
The central finding is uncomfortable: the mental suffering of Kurdish refugees in Rome is not simply the echo of old trauma brought from home. Much of it is being produced right now, by the conditions they are living in. Legal limbo. Inadequate housing. No work. No community. These are not natural disasters. They are policy choices. The study draws on multiple theoretical lenses — migration economics, acculturation frameworks, social capital theory — because no single lens is wide enough to capture what refugee experience actually involves. It adds a voice from Rome to a body of scholarship that has, until now, focused almost entirely on Kurdish communities in northern Europe. The policy recommendations that follow from the findings are direct, because the situation calls for directness.

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This study is about real people. Kurds who left their homes, traveled to Rome, and found themselves suspended in a legal limbo — unable to go back, unable to fully arrive. The goal was never simply to collect data. It was to understand what it actually feels like to be a person who had no choice but to leave everything behind. Between January and June 2025, we sat down with thirty-nine people in Rome — through twenty-three individual conversations and two group sessions. They came from the Kurdistan Region of Iraq and surrounding areas. We did not meet them in offices. We found them through cultural centers, reception facilities, and the quiet networks they had built among themselves just to keep from getting lost. Five things kept coming up. The slow, grinding erosion of hope that happens before someone finally decides to go. The psychological damage left by the journey itself — for many, it was dangerous and humiliating in ways that do not just fade. The particular cruelty of legal uncertainty in Italy's asylum system, which does not simply delay people's lives but actively damages them. The quiet, daily struggle of trying to hold onto a Kurdish identity in a city that has no real place for it. And finally, the remarkable ways people find to survive anyway — not because the system helps them, but often in spite of it.
The central finding is uncomfortable: the mental suffering of Kurdish refugees in Rome is not simply the echo of old trauma brought from home. Much of it is being produced right now, by the conditions they are living in. Legal limbo. Inadequate housing. No work. No community. These are not natural disasters. They are policy choices. The study draws on multiple theoretical lenses — migration economics, acculturation frameworks, social capital theory — because no single lens is wide enough to capture what refugee experience actually involves. It adds a voice from Rome to a body of scholarship that has, until now, focused almost entirely on Kurdish communities in northern Europe. The policy recommendations that follow from the findings are direct, because the situation calls for directness.

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