Modernità nelle Americhe

Modernità nelle Americhe
A cura di:, Veronica Pravadelli
Editore: RomaTrE-Press
Data di pubblicazione: gennaio 2016
Pagine: 256
ISBN: 978-88-97524-53-3

Abstract

La modernità è un topos fondamentale della cultura occidentale, e in particolare è una categoria fondativa per la configurazione del continente americano e del suo rapporto con l’Europa; e al legame fra le Americhe e la modernità sono dedicati gli interventi raccolti in questo volume. Il saggio introduttivo è dedicato all’esplicitazione del rapporto fra modernità e modernismo, fra dimensione sociale e culturale, fra teoria e storia. Il volume è poi dedicato a una riflessione multidisciplinare su questo snodo teorico così essenziale, che permette di interpretare il Novecento americano sotto nuove prospettive. In particolare, è affrontato il rapporto fra urbanistica, urbanizzazione, cinema e modernità, attraverso saggi con prospettive teoriche diverse e casi di studio provenienti dall’intero continente. Si prosegue poi nella riflessione fra teoria, politica ed estetica, andando a considerare il rapporto fra modernità e linguaggi letterari e cinematografici. Infine, il volume si concentra sulla dimensione più prettamente filosofica, non dimenticando di fare riferimento anche alla complessità degli scenari geoeconomici della globalizzazione.

Contributi

Nota introduttiva

Veronica Pravadelli

La modernità, un tropo problematico

Thomas Elsaesser

Il saggio sottolinea come il termine Modernismo, sin dagli anni Settanta, debba essere inquadrato all’interno di un campo discorsivo diviso, in cui Modernismo, Modernizzazione e Modernità connotano approcci differenti e rappresentano perfino visioni del mondo opposte, a fronte dei cambiamenti e delle trasformazioni che l’idea di «moderno» vuole evidenziare. In particolare, possono essere identificati una quantità di tropi distinti di «modernità», come ad esempio «la metropoli e la vita moderna» (a partire da Walter Benjamin), «la città cinematografica» (che si concentra sull’impatto delle immagini in movimento sugli stili di vita urbani, sulle questioni di gender, e sul consumo) e il tropo della «storia della visione» che sostiene che la modernità è caratterizzata da poteri di visione non invadenti, ma comunque coercitivi e disciplinanti. L’intervento rivisita questi tropi alla luce degli studi di cinema e della rinnovata attenzione portata alle origini e alla preistoria del cinema.

L’urbanistica sarà sempre moderna

Robert Beauregard

Nonostante la convincente affermazione di stampo marcatamente politico di Bruno Latour secondo cui «non siamo mai stati moderni», e nonostante le critiche mosse dal postmoderno a questa posizione, l’urbanistica conserva molte delle sue originarie caratteristiche moderniste. Queste ultime non sono semplicemente residui storici destinati presto a scomparire, ma si rivelano cruciali nel mantenere l’identità e la collocazione della pianificazione all’interno della disciplina. La persistenza di queste caratteristiche definisce i confini di ciò che la pianificazione può diventare. Pur all’interno di queste limitazioni esistono possibilità per superare le false dicotomie – natura e cultura, scienza e politica – che costituiscono il fulcro del pensiero e della pratica modernista. Il saggio ripercorre dunque il ruolo dell’urbanistica nordamericana come strumento di comprensione del mondo, delle sue nuove dinamiche sociali e delle sue comunità urbane.

Il senso del moderno nella città americana

Giorgio Piccinato

La città americana è sempre stata il luogo dove i sogni della città europea hanno trovato il modo di realizzarsi in misura spesso molto maggiore di quanto non sia stato possibile nella terra madre. E stato così nell’Ottocento, quando la prima modernizzazione, arrivata con l’indipendenza, si esprimeva con le architetture industriali provenienti dall’Inghilterra e quelle istituzionali dalla Francia. Il caso più clamoroso è indubbiamente quello della diffusione dell’architettura moderna, nata in Europa come figlia della crisi seguita alla prima guerra mondiale, ed esplosa nelle Americhe dopo gli anni trenta del XX secolo. Ciò è avvenuto attraverso l’accettazione collettiva di uno stile che in Europa non è mai diventato realmente popolare. Nelle Americhe l’architettura nata dal Movimento moderno ha potuto dispiegarsi in quantità e qualità altrove ignote. Forse per la mancanza di una tradizione locale di peso, più attendibilmente per un’accettazione entusiasta della innovazione. Il saggio attraversa dunque alcuni esempi di progettazione modernista nelle Americhe, studiando il modo in cui si integra e si relaziona con il tessuto urbano già esistente.

La griglia, le baracche, le torri neoliberali: la ‘modernità informale’ di Buenos Aires

Marco Cremaschi

Le città dell’America del Sud sono sempre state in qualche modo lontane dalle coste della modernità. Questa riluttanza verso la modernizzazione ha ragioni storiche, poiché gli approcci moderni hanno sempre manifestato sentimenti confusi e a volte contraddittori nei confronti dell’eredità architettonica. Questo processo incompiuto di modernizzazione economica ha radici profonde nella geopolitica del capitalismo del XIX secolo e nei recenti modelli di sviluppo dipendente. Spesso però studiosi provenienti da background diversi hanno sottolineato traiettorie originali di crescita e socializzazione urbana; fra questi un esempio interessante può essere quello dell’idea di «porosità» evidenziata da Walter Benjamin. Alcune caratteristiche di questo complesso rapporto diventano evidenti nel contesto della ‘modernità periferica’ di Buenos Aires. La griglia razionale delle strade viene messa in risalto dal caos dei singoli isolati. Infrastrutture moderne hanno spazzato via parti della città senza però riuscire ad imporre un nuovo ordine. Perfino i recenti sviluppi neoliberali sono stati ibridati da concorrenti sforzi in funzione dell’implementazione. L’intervento intende discutere gli sviluppi e le politiche urbane come casi concreti di ibridazione, prendendo liberamente in prestito l’immagine di Latour secondo cui «(le città) non sono mai state moderne».

Benjamin, donne moderne e cinema hollywoodiano

Veronica Pravadelli

Negli ultimi vent’anni, soprattutto nel contesto americano, le teorie di Walter Benjamin hanno costituito un elemento fondamentale nello sviluppo degli studi di cinema in relazione alla modernità. Particolare rilievo ha avuto la nozione benjaminiana di shock, ovvero la peculiare ricezione che il film, in virtù del suo dispositivo, attiva nello spettatore. Poco peso è stato dato, invece, alle teorie di Benjamin sulla femminilità. Questo intervento si propone di fondere queste due linee di ricerca del filosofo tedesco, per analizzare il cinema americano tra fine anni ’20 e inizio anni ’30. In particolare, il saggio andrà a scandagliare quello che è divenuto uno snodo fondamentale della riflessione sulla formazione del soggetto moderno, ovvero il rapporto fra femminilità e rappresentazione cinematografica. In questa prospettiva ci si concentrerà sulla messa in scena della working girl in alcuni film particolarmente significativi come per esempio Baby Face (1933).

La donna nuova americana nell’illustrazione: reazioni italiane tra Belle Époque e fascismo

Daniela Rossini

L'irruzione della modernità americana sulla scena europea nei primi decenni del Novecento comprende l’immagine della ‘donna nuova’ americana. Si tratta di una donna istruita, autonoma, e determinata che occupa gli spazi pubblici della metropoli moderna in tutti gli ambiti. Come i grattacieli, questa nuova figura di donna provoca reazioni ugualmente forti di attrazione e di rifiuto. A prima vista sembra meno impressionante del suo contesto urbano. È però culturalmente più minacciosa, sia perché mette in discussione ruoli di genere consolidati, sia perché trova un’eco nelle contemporanee rivendicazioni dei movimenti femministi europei. Inoltre, la sua immagine si presta ad un uso pervasivo nei nuovi campi della stampa illustrata, della pubblicità, del cinema e dell’industria dell’intrattenimento in generale. Il contributo analizzerà le caratteristiche salienti dell’evoluzione della posizione delle donne nella società, focalizzandosi poi su alcuni aspetti della rappresentazione delle ‘donne moderne’ nei mass media prima, durante e dopo la Grande Guerra. Le immagini diventano, in alcuni casi, un vero e proprio campo di battaglia ideologico, con accenti sempre più accesi nel primo dopoguerra e nel fascismo. 

Economia (e politica) del moderno. Una proposta di revisione dei rapporti tra Futurismo italiano e Modernismo brasiliano

Ettore Finazzi-Agrò 

L’intervento propone un’analisi delle relazioni fra il modernismo brasiliano e le avanguardie europee primo-novecentesche. Il saggio è dunque centrato sul riesame dei manifesti di F.T. Marinetti e di Oswald de Andrade, tendenti a definire lo spazio ‘economico’ del Moderno e la costruzione ‘politica’ di una cultura realmente nazionale. In particolare, verranno scandagliate somiglianze e differenze fra le due dimensioni geopolitiche, in relazione al rapporto tra passato e presente, arcaico e moderno, memoria e oblio, tradizione e innovazione. Il tempo diviene dimensione esperienziale e storica al tempo stesso, costringendo a ragionare sulle strutture relazionali e intersoggettive della modernità attraverso il filtro del linguaggio e della rappresentazione.

Pratiche dello ‘stile moderno’ nel cinema delle Americhe

Giorgio De Vincenti

Il saggio propone una definizione di «stile moderno» nel cinema, riflettendo sul rapporto indissolubile fra il linguaggio cinematografico e la materialità del quotidiano con cui entra in contatto. A partire da questa nuova interrogazione portata alla realtà, l’intervento si propone di mappare lo scenario del cinema moderno nelle Americhe successivo alla seconda guerra mondiale, affrontando i legami internazionali fra le figure di maggior spicco e le loro posizioni estetiche e teoriche. La rimappatura si conclude con una riflessione specifica sul cinema statunitense, che intreccia lo stile moderno con la tradizione americana del trascendentalismo filosofico e letterario, come strumento di profonda innovazione oltre che di legame con il territorio e con la concretezza dell’esperienza umana. A titolo di esempio, si è scelto infine di proporre una breve analisi di Route One USA di Robert Kramer, girato a partire da un romanzo di William Least Heat-Moon. 

Modernità e attualità della pratica diaristica di Jonas Mekas

Anita Trivelli

La pratica creativa e intellettuale di Jonas Mekas è permeata da una profonda vena diaristica. Poeta, cineasta, critico e curatore cinematografico, il leader riconosciuto del New American Cinema propone un cinema diaristico molto personale, chiaro esempio di quella esperienzialità che è una delle caratteristiche più pregnanti delle pratiche stilistiche del cinema «moderno». Il cinema di Mekas è una sorta di action cinema imparentato all’action painting d’oltreoceano, innestato in un’opera di scrittura della memoria di celluloide, fatta di riprese fibrillanti, di lampi di vita in continuo divenire. Un divenire che approda a una vera e propria dimensione mitologica, dove la relazione con la vitalità della natura si coniuga col movimento profondo della psiche. Ripercorrendo le principali tappe del cinema diaristico di Jonas Mekas, l’intervento mirerà a sciogliere l’apparente paradosso di un cinema tutto immerso nel quotidiano, e al tempo stesso estatico, immerso in una unità cosmica apparentemente indistinta, fatta di risonanze emozionali di straordinaria intensità. 

Un’altra giovinezza. New Hollywood e New-New Hollywood tra moderno e postmoderno

Vito Zagarrio

Il titolo del saggio gioca con quello italiano del film di Francis Ford Coppola e con l’’eterna giovinezza’ del cinema hollywoodiano dall’inizio degli anni Settanta a oggi, sospeso tra «moderno» e «postmoderno». Se la New Hollywood nasceva grazie a degli ‘innesti’ della Nouvelle Vague, del post-neorealismo, della modernità europea, la cosiddetta New-New Hollywood deve necessariamente giocare con la post-modernità (e con la post-post-modernità). Filo rosso tra le due ere, e tra moderno e postmoderno, è appunto Coppola, che prima ‘civetta’ col cinema autoriale europeo e (auto)riflette sul linguaggio cinematografico, poi costruisce il suo universo citatorio postmodernista. Un’altra giovinezza si inserisce nella tendenza del puzzle film tipica del tardo post-moderno, rompe la narrazione tradizionale e riflette sulle origini stesse del linguaggio (verbale e filmico). 

Modernità, postmodernità, postmedievalità

Michel Maffesoli

A partire dalla nozione di «episteme» e di «paradigma» il saggio mostra come il cambiamento dei valori sociali, osservati empiricamente nella vita quotidiana, ci induca a pensare che, saturatosi un ciclo, quello della modernità, sta per incominciarne un altro che, in mancanza di un termine migliore, possiamo chiamare «postmoderno». A partire da qualche indizio rinvenuto in particolare nelle pratiche giovanili, si può provare ad indicare quali siano le ‘caratteristiche essenziali’ della società in gestazione, tenendo sempre presente la complessità della negoziazione del sociale attraverso una produzione discorsiva istituzionale, omogeneizzante, ideologica. In particolare, il saggio si concentrerà sul rapporto fra la configurazione dell’individuo nella modernità (o postmedievalità) e la condizione postmoderna, secondo un’articolazione geopolitica specifica in cui le comunità tradizionali si dissolvono in una nuova dimensione sociale (contesa fra ‘babelizzazione’ e globalizzazione).

La storia e il caso. Il tichismo postmoderno di Richard Rorty

Rosa Maria Calcaterra

La centralità della categoria temporale del futuro e la preminenza della «conversazione umana» sono gli aspetti basilari della versione rortiana del pensiero democratico americano e della filosofia pragmatista. Nel rinnovare gli assunti di base del migliorismo statunitense, Rorty chiama in causa le consonanza tra il pragmatismo e le istanze anti-fondazionaliste provenienti dall’Europa, in vista di un ripensamento radicale della pratica filosofica. Essa va intesa non più alla stregua di una ricerca dei fondamenti ultimi della realtà ma piuttosto come un impegno edificante basato sul criterio della «Social Hope». In questo quadro, animato dall’intenzione di promuovere una filosofia come critica della cultura, emergono i fattori cruciali dell’etnocentrismo rortiano: il concetto di «final vocabulary» e quello di «ironia». Il pendant etico dell’ironia è rappresentato dal sentimento di solidarietà, vitale interferenza della sfera affettiva e di quella logico-argomentativa. Non si tratta mai semplicemente di saper cogliere la sofferenza dell’altro, ma sempre anche di saper comprendere le sue ragioni. Un intreccio indistricabile, quello tra fattori logici e fattori affettivi, che si ritrova in Peirce, autore poco amato da Rorty. A partire da questo tema si può proporre un confronto tra i due filosofi per ripensare al complesso rapporto tra l’anti-essenzialismo e la definizione di criteri di conoscenza e verità sufficientemente giustificati dall’esperienza della realtà così come dalla cooperazione comunicativa.

Europa, America e Asia nell’interpretazione weberiana del capitalismo moderno: nuove critiche e prospettive analitiche

Vittorio Cotesta

Nelle scienze sociali occupa ancora un ruolo centrale il pensiero di Max Weber sulle origini e i tratti della modernità. Le critiche formulate da filosofi e sociologi di civiltà non occidentali alla teoria weberiana della modernità hanno reso però necessario approfondire alcuni suoi aspetti. In particolare, è stato abbandonato il concetto di unicità della modernità e di ‘eccezionalità’ della modernità europea e occidentale. Il mondo contemporaneo è segnato invece dalla presenza di processi di modernizzazione molteplici, che coniugano in forme diverse le proprie tradizioni culturali con i tratti generali della modernità. Il saggio traccerà dunque la storia del rapporto fra modernità euro-americana e modernità asiatiche, cinese in particolare; grande importanza sarà accordata alla complessità degli scenari geoeconomici e politico-culturali in cui ciascuna realtà è stata negoziata nel tempo. 

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