B@belonline vol. 7 Ebraismo Etica Politica. Per Ágnes Heller

B@belonline vol. 7 Ebraismo Etica Politica. Per Ágnes Heller
Editore: RomaTrE-Press
Data di pubblicazione: novembre 2009
Pagine: 199
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Abstract

Rivista online di Filosofia

Contributi

Introduzione

Francesca Brezzi 

Presentazione. Un omaggio ad Ágnes Heller per i suoi ottant’anni

Giovanna Costanzo 

Philosophy as a Literary Genre Exemplified Mainly on Heidegger

Ágnes Heller 

Sollecitata dalla celebre affermazione di Marx, contenuta nella prima parte della sua undicesima tesi su Feuerbach, secondo cui compito della filosofia è di «interpretare il mondo», Heller definisce la filosofia «genere letterario», per sottolineare non solo la straordinaria continuità con la tradizione, ma anche il suo fine e il suo alto valore. Solo se intesa, infatti, come «genere letterario» è possibile percepire la filosofia come quella produzione dello spirito che, come un patrimonio scritturistico, oltre che teorico ed ideale, accompagna l'umanità e ne affina la sua «comprensione del mondo». Ogni volta che il singolo filosofo elabora il suo pensiero, in realtà, non pensa mai al singolare, ma rifacendosi ad una tradizione pre-esistente, impara a con-filosofare con i suoi predecessori, a partire da alcune domande lasciate insolute o trovate insoddisfacenti, o semplicemnte amando indagare termini cari ad una tradizione speculativa. Ciò viene esemplificando da Heller attraverso la filosofia di Heidegger e la sua felice intuizione del Dasein con cui tenta di ripensare soggettività e oggettività. Mantenere viva questa attività speculativa ed interrogante nella modernità, significa per Heller conservare e preservare quel «luogo ideale» che salverà ogni uomo dalla mera fatticità e dai pesi di una schiacciante «contingenza».

L’etica di Ágnes Heller e la scommessa dell’uomo buono

Giovanna Costanzo 

Dalla lettura della Trilogia della città di K, uno dei romanzi più belli di Agota Kristof, emergono dei quesiti di natura etica di grande rilevanza. Di contro all'indifferentismo etico che toglie valore alla scelta e che distrugge ogni umano compatire, è possibile dare ancora delle chances all'uomo? È inoltre possibile credere, a dispetto dell'individualismo imperante e di ogni analisi scettica sul conformismo della nostra epoca, che la scelta di essere autenticamente se stessi e al contempo di condurre una "vita buona" sia non solo proponibile ma anche attuale? Queste sono le problematiche che ritroviamo nel pensiero filosofico di Ágnes Heller e all'interno del dibattito etico contemporaneo.

La radice utopica nell’idea di filosofia di Ágnes Heller

Emma Ghersi 

La radicalità dell'idea di filosofia di Ágnes Heller – al di là della stessa esperienza del marxismo – va considerata e proiettata in un orrizzonte più ampio di temi e suggestioni già presenti nella riflessione di alcuni pensatori centrali del Novecento. Riflettendo infatti sull'origine del filosofare e su «che cosa ci fa pensare», la Heller rimette in discussione il problema della funzione della filosofia e del compito del filosofo nel nostro tempo.

Dar voce al silenzio. Ágnes Heller sulla Shoah

Irene Kajon 

Ágnes Heller, in un suo contributo scritto in italiano nel 1995, prendendo le mosse dalla frase di Adorno sul diritto di colui che soffre in modo lancinante di esprimere la propria sofferenza (la quale corregge la vecchia affermazione sull'impossibilità di scrivere poesie dopo Auschwitz), formula in modo molto chiaro ed eloquente il problema di una comunicazione della sofferenza che renda giustizia alle vittime riconoscendole come soggetti dotati di diritti.

Hannah Arendt, Ágnes Heller e la nostalgia del mondo

Lucrezia Piraino 

Segnate dall'esperienza del totalitarismo e colpite direttamente dalla tragedia dell'Olocausto, le riflessioni di Hannah Arendt e Ágnes Heller sembrano essere appunto mosse da una profonda nostalgia nei confronti della sfera fragile e contingente degli affari umani. Una nostalgia che non si è mai arresa dinanzi alla fatale ineluttabilità della frattura che si è creata nella storia europea più recente e nella millenaria tradizione filosofica greco-occidentale: definitivamente private di senso dalla violenza di un male «incomprensibile, impunibile, imperdonabile».

Ágnes Heller e la sua invisibile ebraicità

Paola Ricci Sindoni 

Forse per Ágnes Heller valgono le parole di Derrida sulla propria origine ebraica, «che ossessiona il mio mutismo e mi toglie la lingua». Forse anche per Ágnes Heller è così; la sua ebraicità sembra affidata a un silenzio che tanto custodisce quanto viene custodito, silenzio vissuto nel complesso e oscuro periodo in cui visse in Ungheria a cavallo del Novecento, e che oggi reclama di essere da noi illuminato con pudore, e con la consapevolezza di poter così allargare il nostro orizzonte di comprensione della sua inesauribile filosofia.

Prassi e speranza razionale. Una lettura religiosa del marxismo helleriano

Giorgio Ridolfi 

Descrivere i legami di Ágnes Heller con la sua origine ebraica, parlare cioè di quanto la sua educazione religiosa e il milieu in cui si è formata abbiano influenzato la sua maturazione intellettuale, non è impresa delle più semplici. Le opere della filosofa ungherese, infatti, mostrano sicuramente una salda conoscenza dei testi biblici, che insieme a Shakespeare e a Goethe possono essere definiti i suoi "classici", ma non si trova in esse una riflessione sull'ebraismo, tale da poter consentire di delineare con chiarezza cosa di esso, secondo la sua concezione, vada conservato in quanto filosoficamente fecondo. Ma soprattutto il discorso è reso più complesso dall'adesione di Heller al marxismo. Tuttavia, è proprio a partire dal suo punto di contatto con il marxismo che si deve cominciare a indagare il tema della religione in Heller.

Una lettura antropologica del pensiero di Ágnes Heller

Beatrice Tortolici 

Nella lettura delle opere di Heller ci si imbatte in una concezione dell'uomo fondamentalmente unitaria, nella quale il lato naturale, fisiologico (fatto di istinti e di bisogni) è strettamente connesso a quello storico, sociale e culturale. Il sentimento rappresenta il loro punto di contatto, e infatti la filosofia di Heller si può dire che abbia rivalutato il "sentimento" nella sua forma e nella sua sostanza e lo ha mostrato come fondamento della ragione in un continuum di motivazione, pensiero e azione.

Cultura, “ressentiment” e democrazia. Una possibile aporia della modernità in Ágnes Heller

Andrea Vestrucci 

Il contributo intende analizzare una possibile aporia interna alla concezione della modernità di Ágnes Heller, e proporre una sua soluzione. L'aporia si riferisce al complesso e problematico confronto tra due posizioni sostenute da Heller in An Ethics of Personality e in A Theory of Modernity, in riferimento alla distinzione tra cultura di alto/basso livello, il suo nesso con il sistema democratico moderno e quello con lo sviluppo della personalità individuale.

I silenzi che circondano Auschwitz

Ágnes Heller 

Lo scritto prende le mosse dalla frase di Adorno secondo cui non si possono più scrivere poesie dopo Auschwitz – frase che egli stesso ha poi ritrattato – e fa emergere una nuova domanda: si possono scrivere poesie su Auschwitz? La risposta a questa domanda è a suo modo dialettica. No, niente può essere scritto su Auschwitz. Ma, certamente, si può scrivere su tutti i silenzi che circondano Auschwitz: il silenzio della colpa, della vergogna, dell'orrore e della mancanza di senso. Non solo si può, ma si deve scrivere su Auschwitz, sull'Olocausto.

Amicizia e “philautìa”

Anna Maria Nieddu 

Le linee di questo intervento nascono da una riflessione sull'idea di amicizia ritagliata sullo sfondo di un paradigma messianico destoricizzato e portano in superficie alcuni nodi problematici relativi al senso che la molteplicità di distinte, talvolta contrastanti, assunzioni circa una possibile "etica della relazionalità umana" trattiene al suo interno. Condivido nelle sue linee essenziali la proposta ermeneutica di guardare al messianismo oltre le sue radici ebraiche in una prospettiva universalistica. In questo assunto metodico è ravvisabile la possibilità di innescare nuovi processi di "universalizzazione", ponendo in dialogo tra loro le molteplici forme della relazionalità con l'Altro, secondo la fondamentale lezione che proviene in primo luogo da Emmanuel Lévinas.

Il pathos della distanza e l’eredità rubata. Su amicizia e fraternità

Mario Vergani 

Siamo impegnati a pensare il dittico amicizia e/o messianismo per avviare una riflessione sull'eredità europea. È tuttavia ultile ricordare che quando menzioniamo la parola eredità, già subito la semantica del termine evoca una scena di famiglia, richiama una filiazione, convoca i fratelli raccolti attorno al lascito del padre morto. Insomma, se dibattiamo sull'eredità politica, introduciamo immediatamente il patrimonio e la genealogia e non pensiamo innanzitutto agli amici, ma ai fratelli.

Les voiles qui dévoilent

Nadia Naïr 

Nel saggio si analizza il significato del velo femminile nei paesi islamici e il suo intensificarsi, dopo gli anni '80, anche in quelle nazioni, come il Libano, l'Iraq, l'Egitto, la Tunisia, il Marocco e l'Afghanistan, dove sembrava si fosse ormai intrapreso un cammino verso l'indipendenza e il conseguente abbandono del velo come segno di emancipazione della donna. Il velo in un certo senso "svela": non copre quanto sottolinea, in maniera evidente, un'appartenenza non solo religiosa, ma anche di costume e di distinzione sociale.

Spunti per una teoria della religione diffusa mediante valori

Roberto Cipriani 

Ogni persona che viene al mondo trova già ad attendenrlo una miriade di opzioni religiose, stabilizzate da lungo tempo, nei diversi contesti territoriali e culturali. Questa loro pre-esistenza è in larga misura anche la loro forza, consistente in un patrimonio che viene trasmesso da una generazione ad un'altra, quasi senza soluzione di continuità. Con il passare dei secoli e dei millenni, si registrano certamente indebolimenti e rafforzamenti, dovuti a contingenze particolari, ma è ben difficile che una religione, sufficientemente istituzionalizzata, possa all'improvviso perdere di consistenza e di attrattività. Persone e organizzazioni, credenze e riti, valori e simboli, tradizioni e acquisizioni sono in grado di resistere ai cambiamenti più drastici e di adattarsi a quelli di minore incidenza. Grazie a tutto questo, lungo il corso della storia, nelle varie società del nord come del sud, dell'occidente come dell'oriente, si vengono a consolidare i tratti salienti di un profilo religioso che rimane, nel suo insieme, come punto di riferimento, più o meno primario, per milioni di individui od anche per gruppi umani più ristretti.

Riflessioni davanti allo schermo. Immagine cinematografica e fenomenologia della percezione

Martino Feyles 

Nel contributo si prendono in considerazione tre aspetti della fenomenologia husserliana che vengono messi alla prova in un'analisi dell'immagine cinematografica. Si svilupperà l'idea che la riflessione sull'immagine cinematografica rivela in modo plateale alcuni aspetti essenziali del percepire. Il principio fondamentale dell'immagine cinematografica – la percezione illusoria del movimento – ha una rilevanza eccezionale per una teoria della percezione come quella husserliana. Il contributo esaminerà poi il film di Georges Méliès Le voyage dans la lune per mostrare come il cinema possa esplorare proprio quelle condizioni del percepire che l'analisi husserliana descrive minutamente. Infine, verranno formulate alcune considerazioni sulla possibilità che ha il cinema di contribuire alla ridefinizione delle condizioni empiriche del percepire.

Al cuore del bello. Estensioni di Kant

Tommaso Ariemma 

Parlare dell'estensione rispetto alla bellezza significa porre il problema fondamentale dello scarto tra la misura e l'evento del bello. Scarto che, nella tradizione occidentale, ha visto prevalere criteri di misura del bello anzi che indagini su ciò che il bello fa. Se l'evento del bello implica necessariamente una rottura emotiva, la misura del bello, invece, tenta di circoscrivere o di inquadrare la portata toccante della bellezza, ossia la sua "estensione".

Globalizzazione e individualismo nella società liquida moderna

Nicola Cotrone 

Al centro del presente contributo ci sono le analisi di Zygmunt Bauman sullo stadio di sviluppo attuale cui la nostra società è giunta. Secondo Bauman ci troviamo di fronte a uno scenario nuovo che impone all'uomo occidentale delle scelte radicali: il passaggio epocale dalla fase "solida" a quella "liquida" della modernità. In questa fase le strutture sociali e le istituzioni che influenzano gli individui e i loro modelli di comportamento, garantendo così la continuità con la tradizione, non riescono più a conservare la loro funzione, poiché «si scompongono e si sciolgono più in fretta del tempo necessario a fargliene assumere una». Le forme sociali del mondo liquido non hanno tempo di solidificarsi e di diventare punti di riferimento per l'agire umano.

T. Ariemma, “L’estensione dell’anima. Origine e senso della pittura”, Ombre Corte, Verona 2008

Alessandra Pigliaru 

S. Ciurlia, “‘Varietas in unitate’. Individualismo, scienza e politica nel pensiero di Leibniz”, Publigrafic, Trepuzzi 2008

Antonio Quarta 

C. Meazza, “Di traverso in Jacques Derrida. In un certo attualismo nel dramma di differenza e ‘différance'”, Guida Editori, Napoli 2008

Rossella Mascolo 

Il filosofo e la rappresentazione cinematografica. Vivo fino alla morte: lutto, gaiezza, immagine. A proposito di Paul Ricœur (Roma, 20 maggio 2009)

Graziana Capri 

La vita, il limite, le leggi: tutela, controllo, fiducia (Lecce, 1-5 settembre 2009)

Francesca Ferrando 

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