IMAGO. Studi di cinema e media. Nuova serie – Vol. 31

Editore: RomaTrE-Press
Data di pubblicazione: Marzo 2026
Pagine: 282
ISSN: 2038-5536
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Abstract

Il dossier che Imago dedica ad Adriano Aprà intende restituire la complessità di una figura centrale della cultura cinematografica italiana, affrontata attraverso una pluralità di sguardi e di approcci. I contributi, articolati nelle sezioni Saggi, Testimonianze e Inediti, ripercorrono il percorso di Aprà come storico, critico, programmatore, curatore, regista e teorico “indisciplinato” del cinema, mettendo in luce l’intreccio, nella sua pratica, tra militanza critica, passione cinefila e rigore filologico. I saggi combinano prospettive biografiche, vere e proprie operazioni di “montaggio” critico, tentativi di sistematizzazione e affondi tematici, seguendo in larga parte un ordine cronologico che ricostruisce le tappe del suo percorso intellettuale. Dai contributi e dai testi inediti emergono alcune direttrici comuni: l’interesse per “il cinema e il suo oltre”, inteso non solo come ricerca sul film sperimentale e le sue forme, ma anche come attenzione ai dispositivi della visione, alle condizioni materiali della produzione e della fruizione dei film, nonché come superamento di canoni consolidati e gerarchie mediali; la pratica critica come atto di cura, di selezione, archiviazione e classificazione, volta a contrastare l’indistinto delle immagini e dei discorsi; la tensione produttiva che attraversa il suo percorso di storico e di critico, fra l’amore per la sperimentazione e quello per il cinema medio, capace di muoversi entro le maglie dell’industria. Nel suo insieme, il dossier restituisce un ritratto sfaccettato di Aprà, evidenziandone tanto la coerenza quanto le contraddizioni, e riflettendo sulla sua eredità: quella di un pensiero aperto, antidogmatico, ancora capace di interrogare il presente del cinema e dei media.
Completano il volume un saggio sul rapporto fra Adriano Aprà e l’opera di Piero Bargellini e uno studio sulle rappresentazioni dell’Appia antica nel cinema italiano a cavallo fra anni Cinquanta e Sessanta, oltre a tre riflessioni a partire da Cultural analytics di Lev Manovich (mit Press, 2020), Stile cinematografico e tecnologia: storia e analisi di Barry Salt (Cue Press, 2025) e Fela, il mio dio vivente di Daniele Vicari (2023).

The dossier that Imago devotes to Adriano Aprà aims to convey the complexity of a central figure in Italian film culture through a plurality of perspectives and critical approaches. The contributions, organized into the sections Essays, Testimonies, and Unpublished Texts, trace Aprà’s work as a historian, critic, programmer, curator, filmmaker, and “undisciplined” cinema theorist, emphasizing the close interweaving, in his practice, of militant engagement, cinephile passion, and philological rigor. The essays bring together biographical perspectives, forms of critical “montage,” efforts at systematization, and focused thematic inquiries, broadly following a chronological trajectory that reconstructs the main stages of his intellectual path.
Across the essays and the unpublished materials, several shared lines of inquiry emerge: an interest in “cinema and its beyond,” understood not only as an engagement with experimental film and its forms, but also as sustained attention to viewing dispositifs, to the material conditions of film production and reception, and to the questioning of established canons and media hierarchies; a conception of critical practice as an act of care—of selection, archiving, and classification—aimed at resisting the undifferentiated flow of images and discourses; and the productive tension that runs through Aprà’s work, as both historian and critic, between a commitment to experimentation and an attachment to so-called “middlebrow” cinema, able to operate within the constraints of the industry. Taken as a whole, the dossier offers a multifaceted portrait of Aprà, highlighting both the coherence and the contradictions of his work, and reflecting on his legacy as an open, anti-dogmatic mode of thought that remains capable of engaging with the present of cinema and the media.
The volume is completed by an essay on the relationship between Adriano Aprà and the work of Piero Bargellini, and a study of representations of via Appia Antica in Italian cinema around the turn of the 1950s and 1960s, as well as three reflections inspired by Cultural Analytics by Lev Manovich (MIT Press, 2020), Film Style and Technology: History and Analysis by Barry Salt (Cue Press, 2025), and Fela, My Living God by Daniele Vicari (2023).

Contributi

“Non bisogna, credo, aver nostalgia” Interventi su e di Adriano Aprà

Chiara Grizzaffi  Emiliano Morreale 

«Ma il passato è davvero passato?». Aprà storico del cinema italiano

Alberto Pezzotta 

Come storico e filologo del cinema italiano, Aprà non si tira indietro mai dall’esprimere i propri gusti critici e i propri giudizi. Artefice della rivalutazione del cinema di Raffaello Matarazzo nella prima metà degli anni Settanta, in seguito privilegia autori “medi” grandi e piccoli (da Pietro Germi a Giorgio Bianchi, da Alberto Lattuada ad Aldo Fabrizi), in cui trova sia una maestria stilistica, sia un attento e complesso dialogo con il pubblico e la società. Ma non trascura figure più celebrate come Ermanno Olmi, di cui mette in luce lati trascurati con un metodo di analisi sempre originale.

As a historian and philologist of Italian cinema, Aprà never shies away from expressing his critical tastes and judgments. A key figure in the reevaluation of Raffaello Matarazzo’s cinema in the early 1970s, he later favored ‘average’ directors, both well-known and less so (from Pietro Germi to Giorgio Bianchi, from Alberto Lattuada to Aldo Fabrizi). In these directors, he found both stylistic mastery and a careful, complex dialogue with the public and society. However, he also didn’t neglect more celebrated figures like Roberto Rossellini and Ermanno Olmi, whose overlooked aspects he highlighted with a consistently original method of analysis.

Il cinema come Bildungsroman

Rinaldo Censi 

L’esperienza cinematografica di Adriano Aprà è qui considerata come un lungo romanzo di formazione. Il Wilhelm Meister di Goethe funge da testo inaugurale e, insieme, specchio, ingranaggio letterario su cui fare scorrere le riflessioni di Aprà. La sua è la storia di un apprendistato continuo, che mai si chiude. Un’esplorazione da cartografo che aggiunge nuovi territori alla mappa del cinema. Non solo. La storia del cinema diventa una storia delle idee, sottoposta a incessanti revisioni, puntualizzazioni, pentimenti, lunghe liste e cataloghi. Il cinema è passione, dedizione, condivisione, amicizia.

Adriano Aprà’s cinematic experience is considered here as a long coming-of-age novel. Goethe’s Wilhelm Meister serves as an inaugural text and, at the same time, a mirror, a literary mechanism through which Aprà’s reflections can reverberate. It is the story of a continuous apprenticeship that never ends. A cartographer’s exploration that adds new territories to the map of cinema. But that is not all. The history of cinema becomes a history of ideas, subject to incessant revisions, clarifications, repentances, long lists, and catalogs. Cinema is passion, dedication, sharing, friendship.

Per un cinema senza certezze. Adriano Aprà a Filmcritica e Cinema & Film (1960-1970).

Giulio Tosi 

L’articolo è dedicato all’attività di Adriano Aprà presso i periodici cinematografici «Filmcritica» (tra il 1960 e il 1966) e «Cinema & Film» (1966-1970). Sarà delineato il percorso di formazione di Aprà nella prima fase della sua carriera e si individueranno alcune caratteristiche distintive della sua pratica critica. L’articolo si concentrerà su alcuni suoi contributi rappresentativi e su due ambiti tematici – il cinema hollywoodiano e la Nouvelle vague – che, in questi anni, diventano un casus belli per lotte intergenerazionali nel campo critico italiano. Infine, si evidenzierà il contributo di Aprà alla riflessione critico-teorica attorno alla possibilità di un cinema nuovo, diverso e in grado di raffigurare la società in trasformazione degli anni Sessanta.

This article focuses on Adriano Aprà’s work for the film magazines «Filmcritica» (between 1960 and 1966) and «Cinema & Film» (1966-1970). It outlines Aprà’s early career and identifies some of the distinctive features of his critical practice. The article will focus on some of his representative contributions, as well as two thematic areas – Hollywood cinema and the Nouvelle vague – which in those years became a casus belli for intergenerational struggles in the field of Italian film criticism. It will then focus on Aprà’s contributions to critical and theoretical reflections on the possibility of a new, different cinema capable of depicting the changing society of the 1960s.

1971-1977. Gli anni del Filmstudio 70

Annamaria Licciardello 

Nel periodo 1971-1977 Adriano Aprà gestisce insieme ad Enzo Ungari il Filmstudio 70, il primo filmclub italiano, fondato a Roma nel 1967 da Americo Sbardella, Annabella Miscuglio e Paolo Castaldini. Chiusa l’esperienza della rivista «Cinema&Film», Aprà fa confluire la propria passione cinefila e critica nel lavoro quotidiano della programmazione e dell'organizzazione di una sala cinematografica, confrontandosi con le necessità e le difficoltà di un progetto culturale completamente indipendente. Due quaderni di appunti dell’epoca, ritrovati nel suo archivio personale, hanno ispirato e guidato la stesura di questo articolo nel confronto con la documentazione sul Filmstudio al momento accessibile.

Between 1971 and 1977, Adriano Aprà, together with Enzo Ungari, managed Filmstudio 70, the first Italian film club, founded in Rome in 1967 by Americo Sbardella, Annabella Miscuglio, and Paolo Castaldini. After the closure of the magazine «Cinema&Film», Aprà channeled his cinephile and critical passion into the daily work of programming and running a movie theater, confronting the needs and challenges of a completely independent cultural project. Two notebooks from that period, recently rediscovered in his personal archive, inspired and guided the writing of this article in dialogue with the currently available documentation on the Filmstudio.

Nella norma? La prima retrospettiva italiana sul cinema iraniano alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro del 1990

Marco Dalla Gassa 

Il saggio ricostruisce la genesi, la struttura e la portata della prima retrospettiva italiana dedicata al cinema iraniano, organizzata nel 1990 dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro sotto la direzione di Adriano Aprà. Analizzando il contesto geopolitico e istituzionale che rese possibile l’evento, il testo mette in luce il ruolo cruciale della Farabi Cinema Foundation e di altri enti governativi iraniani nella promozione internazionale del nuovo cinema post-rivoluzionario. Attraverso poi un’analisi dei materiali paratestuali e delle dinamiche curatoriali, si evidenzia come la retrospettiva pesarese, pur frutto di complesse negoziazioni diplomatiche, sia riuscita a operare una selezione strategica capace di valorizzare singolarità autoriali (Naderi, Makhmalbaf, Kiarostami) e ad attivare un discorso critico centrato sulla ‘solitudine’ e sul ‘riscatto’ come categorie ricorrenti della ricezione festivaliera. Il saggio propone infine una riflessione sulle modalità con cui i festival internazionali contribuiscono alla costruzione simbolica delle cinematografie ‘altre’, mostrando come Pesaro abbia saputo trasformare un’operazione condotta da istituzioni proiettate ‘nella norma’ in un dispositivo di riconoscimento selettivo e culturale ‘fuori norma’.

The essay reconstructs the origins, structure, and scope of the first Italian retrospective dedicated to Iranian cinema, organized in 1990 by the Mostra del Nuovo Cinema of Pesaro under the direction of Adriano Aprà. By analysing the geopolitical and institutional context that made the event possible, the text highlights the crucial role played by the Farabi Cinema Foundation, and other Iranian state institutions in the international promotion of the new post-revolutionary cinema. Through an analysis of paratextual materials and curatorial dynamics, the essay shows how the retrospective—despite being the outcome of complex diplomatic negotiations—managed to carry out a strategic selection that emphasized key auteur figures (Naderi, Makhmalbaf, Kiarostami) and activated a critical discourse centred on ‘solitude’ and ‘redemption’ as recurring categories in festival reception. Finally, the essay reflects on how international film festivals contribute to the symbolic construction of ‘other’ cinemas, showing how Pesaro succeeded in transforming an operation driven by institutions oriented ‘within the norm’ into a device of selective and cultural recognition.

“Questo futuro ha dietro di sé una lunga storia”. O della retrospettiva come prospettiva

Simona Arillotta 

A partire dalla 15ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, intitolata Il cinema e il suo oltre e curata da Adriano Aprà nel 1996, questo saggio esplora le dimensioni teoriche e metodologiche, oltre che politiche e militanti, che hanno informato il lavoro critico e curatoriale di Aprà. In particolare, adottando questa retrospettiva come caso di studio, la riflessione abbraccia la nozione di retrospettiva come prospettiva, intesa come dispositivo attraverso cui tracciare una oltre-storia del cinema.

Starting from the 15th International Retrospective Exhibition of Pesaro, titled Il cinema e il suo oltre and curated by Adriano Aprà in 1996, this essay explores the theoretical and methodological, as well as political and militant dimensions that have informed Aprà’s critical and curatorial work. In particular, by adopting this retrospective as a case study, the reflection embraces the notion of retrospective-as-prospective as a device through which to trace a “beyond-history” of cinema.

 

Vivendo underground. Aprà e la sperimentazione

Bruno Di Marino 

Il contributo prende in considerazione il pensiero e gli scritti che Aprà ha dedicato al cinema underground e sperimentale nel corso della sua attività, congiuntamente alla sua veste di programmatore di film. Tutto questo all’insegna di una ricerca sul campo che appare fondamentale per comprendere il suo approccio alla materia. Uno dei concetti chiave è l’idea che la sperimentazione funzioni come una sorta di “inconscio del cinema”, mentre una delle maggiori conseguenze di questa pluridecennale passione nei confronti del cinema underground è la teorizzazione di ciò che è definibile “oltre del cinema” fino all’analisi di quell’area ibrida e sconfinata da tempo definibile come “non-fiction”.

This contribution examines Aprà’s thinking and writings on underground and experimental cinema throughout his career, in conjunction with his role as a film programmer. All of this is underpinned by field research that appears essential to understanding his approach to the subject. One of the key concepts is the idea that experimentation functions as a sort of "cinematic unconscious" while one of the major consequences of this decades-long passion for underground cinema is the theorization of what can be defined as “beyond cinema,” including the analysis of that hybrid and boundless area long defined as “non-fiction”.

«Il cinema d’autore è sempre stato un’eccezione» Aprà regista, Aprà attore

Margherita Moro  Rossella Catanese 

Il saggio esplora la figura di Adriano Aprà, noto critico cinematografico, sotto il profilo meno indagato della sua produzione come regista e attore. Aprà ha sperimentato nuove forme di critica cinematografica attraverso i critofilm, opere che utilizzano il linguaggio del cinema per analizzare film, come ad esempio Rossellini visto da Rossellini (1992). La sua attività registica, spesso trascurata, riflette una coerenza teorica e un impegno nel ridefinire i confini del cinema. Parallelamente, le sue apparizioni come attore in film d’autore, tra cui Dillinger è morto (Marco Ferreri, 1968), rivelano una versatilità creativa e una partecipazione attiva alla sperimentazione cinematografica. Attraverso queste esperienze, Aprà ha costruito un dialogo tra teoria e pratica, lasciando un’eredità che invita a ripensare i canoni della critica e della creazione filmica.

The essay explores the figure of Adriano Aprà, known as a film critic, under the less investigated profile of his work as a director and actor. Aprà experimented with new forms of film criticism through critofilm, works that use the language of cinema to analyze films, such as, for instance, Rossellini visto da Rossellini (1992). His directorial activity, often overlooked, reflects a theoretical coherence and a commitment to redefining the boundaries of cinema. In parallel, his appearances as an actor in auteur films, including Dillinger è morto (Marco Ferreri, 1968), reveal a creative versatility and active participation in cinematic experimentation. Through these experiences, Aprà built a dialogue between theory and practice, leaving a legacy that invites a rethinking of the canons of film criticism and filmmaking.

Per una didattica cinefila. Adriano Aprà fra università, dvd e ipermedia

Simone Starace 

Il contributo intende fornire una testimonianza diretta dell’attività didattica e divulgativa di Adriano Aprà nel periodo che va dal 2002 al 2016, focalizzandosi sull’attività di professore associato presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata (2002-2008) e sugli esperimenti nel campo della video-saggistica e dell’ipertesto multimediale, con particolare riferimento a Zangiku Monogatari - Un progetto di analisi ipermediale (2009).

The essay provides a record of Adriano Aprà’s teaching in the period from 2002 to 2016, focusing on his tenure as an associate professor at the University of Rome Tor Vergata (2002-2008). It also covers Aprà's experiments in the field of video-essays and multimedia hypertext, with particular reference to Zangiku Monogatari - A hypermedia analysis project (2009).

Essere Fuorinorma. Dieci anni di attività (2013-2023)

Giacomo Ravesi 

L’articolo ricostruisce il percorso storico della manifestazione culturale Fuorinorma curata da Adriano Aprà dalla sua prima apparizione come Evento Speciale all’interno della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro nel 2013 fino alla sua ultima edizione realizzata nel 2023 come festival espanso a Roma. Si vuole contestualizzare il ruolo svolto dall’evento all’interno della promozione nella storia del cinema italiano contemporaneo di una tendenza neosperimentale, che propone un’alternativa stilistica, produttiva e distributiva alle norme industriali cinematografiche. Il saggio approfondisce il valore di militanza delle attività culturali e ne indaga le ricadute sociali e antropologiche nell’ambito delle pratiche spettatoriali e di consumo audiovisivo.

The article reconstructs the historical path of the cultural event Fuorinorma curated by Adriano Aprà from its first appearance as a Special Event within the Pesaro International Film Festival in 2013 to its latest edition held in 2023 as an expanded festival in Rome. The aim is to contextualize the role played by the event within the promotion in the history of contemporary Italian cinema of a neo-experimental trend, which proposes a stylistic, productive and distributive alternative to the cinematographic industrial norms. The essay delves into the militancy value of cultural activities and investigates their social and anthropological implications in the context of spectator practices and audiovisual consumption.

Adriano e noi: testimonianze in ricordo di Adriano Aprà

Goffredo Fofi  Jonathan Rosenbaum  Paolo Benvenuti  Patrizia Pistagnesi  Pedro Armocida  Piero Spila 

Il saggio raccoglie alcune testimonianze sulla figura di Adriano Aprà e sulla sua attività, offerte da persone che lo hanno conosciuto e che con lui hanno intrecciato rapporti di amicizia e di collaborazione professionale. Si tratta di memorie orali che delineano il profilo di un intellettuale sempre disposto a condividere, con slancio e generosità, il proprio sapere e la propria visione del cinema con chi ha avuto occasione di incontrarlo e di accompagnarlo lungo il suo percorso di vita. Le testimonianze qui raccolte non restituiscono soltanto un ritratto vivido, diretto e profondamente partecipato di Aprà: costituiscono anche una preziosa testimonianza della cultura cinematografica italiana e delle sue trasformazioni nel corso della seconda metà del Novecento e degli anni Duemila. I contributi sono di Pedro Armocida, Paolo Benvenuti, Patrizia Pistagnesi, Jonathan Rosenbaum, Piero Spila, e Goffredo Fofi.


This essay brings together a series of testimonies on the figure of Adriano Aprà and his professional activity, offered by individuals who knew him personally and who developed relationships of friendship and professional collaboration with him. These oral recollections outline the profile of an intellectual who was always willing to share, with enthusiasm and generosity, his knowledge and his vision of cinema with those who had the opportunity to meet him and accompany him along his life path. The testimonies collected here do not merely provide a vivid, direct, and deeply engaged portrait of Aprà; they also constitute a valuable record of Italian film culture and of its transformations from the second half of the twentieth century through the early twenty-first century. Contributions are by Pedro Armocida, Paolo Benvenuti, Patrizia Pistagnesi, Jonathan Rosenbaum, Piero Spila, and Goffredo Fofi.

Diario di un cinefilo

Adriano Aprà 

Il saggio presenta una selezione di appunti inediti tratti dai quaderni manoscritti redatti da Adriano Aprà tra il 1973 e il 1978, parte di un più ampio corpus di taccuini compilati tra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta. Questi materiali restituiscono il laboratorio intellettuale di Aprà, caratterizzato da un approccio internazionale e da una costante intersezione tra teoria del cinema, critica, analisi estetica e storia dei media. L’attenzione si concentra in particolare sulle note dedicate al cinema sperimentale americano e alle tecnologie dell’immagine, ambiti che emergono come nodi centrali di una riflessione non sistematizzata, ma estremamente densa e anticipatrice. Privilegiando una scrittura diaristica, rapida e spesso telegrafica, gli appunti delineano piste di ricerca, confronti tra forme e pratiche artistiche, e ipotesi critiche solo in parte confluite in pubblicazioni successive. La scelta editoriale di intervenire in modo minimo sui testi intende preservarne il carattere processuale, restituendo al lettore la dimensione viva e dinamica del pensiero critico di Aprà.
This essay presents a selection of unpublished notes drawn from Adriano Aprà’s handwritten notebooks compiled between 1973 and 1978, part of a broader body of notebooks produced from the late 1950s to the late 1970s. These materials offer insight into Aprà’s intellectual workshop, marked by an international outlook and a continuous interplay between film theory, criticism, aesthetic analysis, and media history. The focus is placed on notes devoted to American experimental cinema and image technologies, which emerge as key nodes within an unsystematised yet remarkably dense and forward-looking critical reflection. Characterised by a diaristic, rapid, and often telegraphic style, the notes outline research trajectories, comparative perspectives across artistic forms, and critical hypotheses that were only partially developed in later publications. The editorial decision to intervene minimally in the texts seeks to preserve their processual nature, allowing readers to engage with the dynamic and evolving quality of Aprà’s critical thought.

Aprà e Bargellini. Trasferimenti e influenze

Jacopo Abballe 

L’articolo vuole ripercorrere il rapporto tra Piero Bargellini e Adriano Aprà, ricostruire la storia della loro amicizia e segnalare le tracce della loro influenza reciproca (in particolare quella che il critico romano ha avuto nella carriera del film-maker di Arezzo). A partire dalle idee di Aprà su Bargellini (considerato dallo stesso uno dei maggiori film-maker italiani), si cercherà di andare più a fondo nell’analisi del suo cinema, ancora poco trattato in ambito accademico. L’ultima parte del saggio è dedicata all’approfondimento di Trasferimento di modulazione (1969), in cui Aprà aveva riconosciuto un caso unico nella storia del cinema. 

The article retraces the relationship between Piero Bargellini e Adriano Aprà, reconstructs their friendship’s history and identifies their reciprocal influences’ traces (focusing more on the one that the Roman critic exerted on the work of the film-maker from Arezzo). Setting off from Aprà’s ideas about Bargellini (whom was considered by the former as one of the most prominent Italian film-maker), the article tries to better analyze the latter’s cinematographic works, still not properly discussed in academia. The essay’s last part focuses on Trasferimento di modulazione (1969), which Aprà recognized as a unique case in cinema’s history. 

Tra lusso e macerie Trasformazioni della via Appia Antica nel cinema italiano (1956-1965)

Mattia Cinquegrani 

Nel pieno del processo di modernizzazione che attraversa il contesto nazionale a partire dai primi anni Cinquanta, il cinema italiano diventa strumento in grado di catturare la profonda rivoluzione culturale, sociale ed economica che sarà destinata a riconfigurare con forza il volto e l’identità dell’intero Paese. Intrecciando l’analisi dei testi filmici, al dibattito pubblico e agli immaginari dell’epoca, il saggio indaga il progressivo imporsi di queste trasformazioni interrogando le immagini cinematografiche dell’Appia Antica realizzate tra il 1956 e il 1965. 

During the modernization process that swept across the national context starting in the early 1950s, Italian cinema became a tool capable of capturing the profound cultural, social, and economic revolution that would decisively reshape the face and identity of the entire country. By intertwining the analysis of film texts with public debate and the imaginaries of the time, this essay examines the gradual emergence of these transformations by exploring the cinematic images of the Appia Antica produced between 1956 and 1965. 

“Verso lidi inesplorati dove, forse, potremo rivivere”. Adriano Aprà, Lev Manovich, e la sensibilità cinemetrica

Bruno Surace 

L’articolo mette in dialogo il pensiero critico di Adriano Aprà con il paradigma della Cultural Analytics di Lev Manovich, individuando nella sensibilità cinemetrica un terreno di continuità teorica ed epistemologica. Il testo mostra come lo studioso italiano avesse precocemente intuito le potenzialità di una lettura computazionale del cinema e delle immagini. La figura di Aprà emerge come quella di un cultural analyst ante litteram, capace di coniugare rigore analitico, curiosità teorica e apertura verso le trasformazioni post-mediali della cultura cinematografica.

The article brings Adriano Aprà’s critical thought into dialogue with Lev Manovich’s paradigm of Cultural Analytics, identifying in cinemetric sensibility a terrain of theoretical and epistemological continuity. It shows how the Italian scholar had early intuited the potential of a computational reading of cinema and images. Aprà thus emerges as a cultural analyst avant la lettre, capable of combining analytical rigor, theoretical curiosity, and an openness to the post-media transformations of cinematic culture.

La misura dell’interpretazione. La cinemetrica e lo studio dello stile cinematografico nel lavoro di Barry Salt

Ilaria A. De Pascalis 

A partire dal lavoro di curatela e traduzione condotto da Adriano Aprà sul testo Stile cinematografico e tecnologia di Barry Salt, il saggio analizza le possibilità e i limiti per la teoria del cinema di un approccio affine a quello delle “scienze dure”, fondato sull’utilizzo dei dati quantitativi e sull’aspirazione alla replicabilità e riproducibilità del metodo scientifico. Salt interpreta infatti lo stile cinematografico come il risultato di scelte produttive e possibilità tecnologiche. I dibattiti nati intorno al provocatorio saggio di Salt contribuiscono a delineare la complessità di un approccio positivista applicato alla dimensione interpretativa del testo filmico, tanto in relazione ai fattori di alea e di errore che possono emergere nella fase di raccolta dei dati, quanto, più in generale, nella successiva fase di interpretazione. Il saggio ricostruisce il dibattito nato intorno al saggio di Salt e ne valuta il lascito negli studi della teoria del cinema. 

Starting from Adriano Aprà’s curatorial and translation work on Barry Salt’s Film Style and Technology, this essay examines the possibilities and limits of applying to film history an approach akin to that of the “hard sciences,” grounded in the use of quantitative data and in the aspiration to the replicability and reproducibility of the scientific method. Salt conceives of film style as the outcome of production choices and technological possibilities. The debates sparked by Salt’s provocative essay help to outline the complexity of applying a positivist approach to the interpretive dimension of the filmic text, in relation to the elements of error that may arise during the data-gathering phase and, more broadly, in the subsequent stage of data interpretation. The essay reconstructs the debate that developed around Salt’s work and assesses its legacy within film theory studies.

Anatomia di un (geniale) fallimento. Fela, il mio Dio vivente di Daniele Vicari

Leonardo De Franceschi 

Il saggio riparte dalla figura di Michele Avantario e dal suo tentativo, protrattosi per quasi vent’anni, di realizzare un film su Fela Anikulapo Kuti, per indagare le potenzialità e i limiti del cinema d’archivio come pratica di attraversamento transculturale. Fela, il mio dio vivente (2024) si configura come un dispositivo filmico stratificato, costruito a partire da materiali eterogenei – videoarte, found footage, diari, fotografie, riprese in diversi formati – e dall’intreccio di differenti sguardi narrativi. La stratificazione di significati che compongono l’opera di Vicari produce, secondo De Franceschi, un racconto segnato da asimmetrie, scarti e opacità, in cui l’alterità di Fela risulta inevitabilmente mediata e parzialmente compressa. Inserendo l’opera di Vicari nel quadro del cinema neosperimentale italiano e nel solco della riflessione critica di Adriano Aprà, il saggio indaga non solo il ruolo dell’archivio, ma anche la funzione del cinema come pratica di memoria, esperienza affettiva e gesto politico.

Starting from the figure of Michele Avantario and his nearly twenty-year-long attempt to make a film about Fela Anikulapo Kuti, this essay investigates the potentials and limits of archival cinema as a practice of transcultural crossing. Daniele Vicari’s Fela, My Living God (2024) is examined as a stratified filmic dispositif, constructed through heterogeneous materials—video art, found footage, diaries, photographs, and recordings in multiple formats—and through the convergence of distinct narrative perspectives. As De Franceschi argues, this layering of meanings generates a narrative marked by asymmetries, disjunctions, and zones of opacity, in which Fela’s alterity is inevitably mediated and partially constrained by the European gaze underpinning the project. Situating Vicari’s work within the context of Italian neo-experimental cinema and within the critical legacy of Adriano Aprà, the essay ultimately reflects on the role of the archive and on cinema’s broader function as a practice of memory, affective experience, and political gesture.

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